Un alma samaritana ha subido a youtube el programa de Las Noches Blancas, donde intervine de forma atolondrada hablando de laberintos. Ver.
Y, ya que estoy de autobombo, os comunico que una parte de mí estará el viernes 22 de abril en el local Margarita Blue de Barcelona durante la celebración del día de Sant Jordy. En carne o libro, allí estarán también:
África Hernández, Albert Tugues, Álvaro Farré,Amelia Romero, Anna Forés, Azarai Hermoso Azuaje, Bárbara Brnčić Monsegur, Bartolomé Ferrando, Carlos Zanón, Daniel Tubau, David Barba, Edith G. de Hermoso, Eduardo Braier, Erika Lust, Fernando Sáenz, Ferran Ramon-Cortés, Goya Gutiérrez, Gustavo Vega, Isabel Núñez, Ivan Tubau, José Manuel Hermoso, Josep Anton Soldevila, Juan Pablo Roa, Martí Gironell, Mercè Castro, Natalia Tubau, Octavi Serret, Roser Amills, Rubén García Cebollero, Santi López Villa, Silvia Rins, Tònia Passola, Vicenç Altaió, Yuri Mykhaylychenko.

Giuseppe Maria Mitelli (1634-1718) fue un pintor boloñés que realizó unos grabados muy curiosos. Valgan estos dos de ejemplo:
Los regalos del Tiempo a la vejez

La máscara es la causa de tantos males

•
Este gusto por el grabado y la emblemática le llevó a diseñar varios juegos de tablero similares al juego de la oca, cuya popularidad estaba empezando a despegar por toda Europa. Unos ejemplos... (pulsando las imágenes verás los tableros ampliados).
El nuevo juego de la alegría
El juego de la mujer y sus faenas
El juego de los señores soldados
El juego importantísimo del panadero banquero que nunca falla
El juego de la Fortuna y la Desgracia
Notas
1. Puedes ver más tableros de Mitelli y de otros autores en la extraordinaria página de Luigi Ciompi y Adrian Seville: www.giochidelloca.it
2. Biografía de Mitelli según Ciompi y Seville:
«Giuseppe Maria Mitelli è nato nel 1634 a Bologna da Agostino Stanzani, pittore noto con il soprannome di Mitelli. Sull’avvio paterno seguì gli insegnamenti dell’Albani, del Guercino, di Flaminio Torri. Dipinse poco, modellò in cera e in creta, amò il gioco della palla, la scherma, la caccia, la pesca, il viaggiare. Gli piaceva parlare in "gerco latinamente, gofescamente", era goloso di "cose dolce, maroni" come ci informa suo fratello, padre Giovanni, religioso in S. Gregorio. Incise oltre seicento rami. Morì a ottantaquattro anni la notte del quattro febbraio 1718. In queste quattro parole si è detto tutto e niente. Perché il Mitelli fu l’interprete più autentico dei ricchi umori di Bologna del suo tempo, rifiutando accademia e aulicità di incarichi, fu il moralista arguto e il censore savio delle pazzie del secolo, fu per sessant'anni il cronista sapido degli eventi storici, il commentatore dichiarato contro la guerra e il potere prevaricatore, fu il più grande, fecondo e singolare produttore di stampe popolari di tutti i tempi, fu l’erede, in questo campo, della tradizione cinquecentesca e lo stimolante iniziatore di quanto verrà nei due secoli successivi e fu soprattutto un "bel tipo", sereno e misurato gaudente dei piaceri del vivere.
»Cresciuto nell’ambiente artistico con il padre abile frescante e ottimo quadraturista, incise da giovane con impegno professionale copie da Tiziano, Correggio e dai Carracci. Ben presto si delineò il suo rifiuto per l’arte nobile e l’attenzione a quanto di stravagante e fantastico il manierismo bolognese esprimeva in quegli anni. Mentre si dedicava ai primi saggi di riproduzioni da quadri di maestri, con più consonanza disegnava nel 1660 le quaranta tavole, dalle composizioni di Annibale Carracci delle "arti per Via" che illustrano l’attività dei varii artigiani o mercanti senza bottega per le strade di Bologna. Ben presto si rivolse a temi di sua invenzione che uscivano dal suo estro su stimoli della tradizione popolare. Temi che gli venivano suggeriti dall’umile e vivace spirito di quella gente che aveva già espresso con Giulio Cesare della Croce le storie di Bertoldo o da più remoti motivi nordici quali quelli fiamminghi o, per esempio, dalla "Stultifera navis" di Sebastiano Brandt. E poiché il mercato, i venditori ambulanti chiedevano oltre ai temi consueti anche argomenti di attualità, il Mitelli, come un cantastorie grafico, commentò i più sentiti avvenimenti contemporanei: le invasioni d’Italia, le carestie, la guerra di Spagna e soprattutto la guerra contro il Turco e la liberazione di Vienna.
»Entrano nel repertorio del Mitelli i compiacimenti per un semplice esoterismo che si riassume soprattutto in giochi enigmistici, rebus, anagrammi e che si estende ai proverbi figurati, agli alfabeti antropomorfi o tiromorfi. Vizi, virtù, con i commenti moraleggianti o faceti, sono le eredità di un patrimonio popolare sedimentato così come i miraggi di un paese di cuccagna. Ma la morte e la fame sono i temi dominanti, la morte eguagliatrice e ineluttabile giustiziera, la vecchia fame italiana simbolo discriminante fra ricchi sazii e poveri affamati. La patria è presente non come un fatto politico ma soltanto nel domestico ideogramma delle torri bolognesi. Un tema ricorrente è il tempo sia come inarrestabile conduttore alla morte sia nelle cadenze stagionali dei sereni piaceri della caccia, della pesca, dei giochi sia nelle ricorrenze del calendario con le implicazioni agricole dell’entroterra emiliano. I flagelli della guerra al sereno, pacifico Mitelli sono pretesto per una sistematica condanna tradotta in immagini di mutilati feriti, in lunghe teorie di sciagurati reduci. Mali della vecchiezza, giovani sventati, l’interesse che accieca, alterne fortune, cortigiane seduttrici e vittime insieme, peccati e punizioni, diavolo e vanità, ruffiane e cortigiani rovinati sono temi non certo originali, di remota elaborazione ma tradotti dal Mitelli con nuove e vivaci invenzioni grafiche. Il segno inciso del Mitelli è anonimo, non ha quel valore siglante di tutti i grandi incisori. Nelle prime incisioni professionali si sente tanto quel girare in tondo della scuola bolognese, ma progressivamente si spoglia di intenzioni d’arte; dire che s’involgarisce è forse dir troppo. Ma è tirato giù a raccontare in modo vernacolo con un fraseggio da osteria e con una progressiva semplificazione.
»Ciò non impedisce che le appena accennate definizioni urbane di Bologna non traducano un intenso amore per la città, che la rappresentazione dei personaggi non raggiunga una piena icasticità, che la spregiudicata disinvoltura non sia colma di satirica intensità. È un incidere giornalistico con una scioltezza che nemmeno il Daumier più routinier delle quotidiane litografie per lo Charivari ha raggiunto. È un segno che non conosce l’eleganza del calligramma di Callot, pur cosi vicino nella tematica, né la sottigliezza di segni incrociati creatori di luce ma ha sempre una chiarezza vivace, un brio bonario esauriente traduttore dell’idea satirica senza compiacimenti artistici e ben oltre i limiti di significazione da “imagier”. Se si considera quanta produzione grafica popolare sia andata perduta, si deve essere grati per la nostra conoscenza del Mitelli a Lelio della Volpe, tipografo bolognese che nel 1736 ha ristampato i rami e pubblicato il catalogo. Ci è cosi consentito di vedere tutta o quasi l’opera e individuare i varii gruppi sia iconografici che tematici. Fra questi i giochi che qui si riproducono.
»Le stampe dei giochi giunte fino a noi sono in tutto trentuno, oltre due mazzi di carte, tutti da giocare con i dadi, incisi fra il 1687 e il 1712. Collocazione non sicurissima perché su 33, dieci non sono datati. Sono in ogni caso da attribuire al periodo già maturo e di piena notorietà dell’autore. I meccanismi dei varii giochi in parte si ripetono. A quello dell’oca, cioè di progredire o regredire lungo un percorso secondo il punteggio dei dati tirati, si alternano altri che ad ogni tratto consentono di guadagnare una posta semplice o doppia o di pagarne una in più. Si differenziano soprattutto per l’impostazione grafica, il condimento di facezie o proverbi o motti varii. I temi sono in contrappunto gli stessi delle altre stampe del Mitelli. Non rari sono i riferimenti alle sue passioni: la caccia, la pesca, il gioco della palla, quasi dichiarazioni autobiografiche che per noi si dilatano in un più ampio quadro di costume».
La hoja de Cary (Cary Sheet), que en la actualidad se conserva en la Universidad de Yale es un fragmento de una xilografía con cartas del tarot. Es de gran importancia, puesto que es el único eslabón que se conoce entre los tarots italianos del siglo XV y las barajas francesas del XVI y el XVII. Los triunfos que se distinguen con claridad son la rueda, el carro, el amor, la fortaleza, la papisa, el emperador, la emperatriz, la papisa, el sol, la luna, la estrella, el mago, el loco, la torre y la templanza. El fragmento de la esquina superior izquierda, probablemente, se corresponda al colgado (y lo que veríamos sería la cabeza y una de las manos). El de la esquina derecha es indescifrable.

Loco
|
Mago
|
Emperatriz
|
Emperador
|
Papisa
|
Papa
|
Templanza
|
Fortaleza
|
Amor
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Rueda
|
Carro
|
¿Colgado?
|
Torre
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Diablo
|
Estrella
|
Luna
|
Sol
|
[Indescifrable]
|
La Yale University pone en su web a disposición del público una gran cantidad de obras digitalizadas. Es una auténtica gozada. En general, no me gusta trabajar con libros antiguos en la Biblioteca Nacional. Me da como miedo de que se rompan, solo puedes escribir con lápiz y, claro está, no se pueden fotocopiar. Sin embargo, cuando me sumerjo en los fondos digitales de la Yale, estoy sentado en mi estudio, tomando café, con un monitor inmenso, guardo las páginas que me interesan… en fin, una maravilla.
Ahora estoy trabajando sobre festivales alegóricos en Italia durante los siglos XV y XVI. Son formidables, una mezcla colosal de pintura, música, teatro y filosofía. Una muestra:
M. Raffaello Gualterotti. Feste nelle nozze del serenissimo don Francesco Medici gran duca di Toscana, et della sereniss. Giunti. Firenze, 1579. Ver on line.

También hay libros de festivales italianos digitalizados en la British Library, como las célebres Nozze di Costanzo Sforza e Camilla of Aragon (Pesaro, 1475), escrito por Niccolò di Antonio degli Agli. Es una pena que solo tengan una copia del libreto, sin ilustraciones. (Ver on line)

Bibl. Ap. Vaticano. Urbinate Latino 899. Diana (la Luna)
El texto es fascinante, pero no tengo tiempo para traducirlo al español. Sin embargo, he escrito un resumen (en mi inglés prehistórico) que quizá te resulte de ayuda si quieres leer el texto original en italiano del siglo XV.
The Triumph of Hymeneus
A. Friday 26 - A procession to the Castle Novillara (Fols. 1/5)
1. Diana the Huntress greets Constantia. (Fols. 2)
2. Constantia arrive at first triumphal arch. (Fols. 3 and following)
B. Saturday 27 - A procession to Pesaro (Fols. 5/8)
1. The gentelman greets Constantia. They are Hercules Sfortia, Duke of Urbino, Duke of Calabria, the Duke of Ferrara, and Costantio Sortia (sic), the husband. (Fols. 6)
2. A ship (bucietoro) out of town to receive Constantia, near to the door of the city. (Fols. 6, 7, 8)
3. Camilla receive the keys of the city (the land). Entry in the city.
C. Saturday 27 - A procession to the Court (Fols. 8/12).
1. The triumph chariot of Chastity (Pudicia) greets Constanzia. Chastity gives the "heart's husband keys" to Camilla. (Fols. 8, 9).
2. Under a baldaquino (pabillion, thats the card of lover) with the colors gold and silver, the husbands, escorted by soldiers, continued to the Court.
3. Another triumphal arch. (Fols. 10)
4. Giant dance. (view example).
5. Follow up to a square where a fountain with six faces in Piazza Grande (near the court). (I think this is a simbolic fountain, perhaps, relationsip with the eternal young. We can remember de fountain of cards of lover). (Fols. 11, 12)
6. Go to the court and go to sleep.
D. Sunday 28 - Wedding ceremony (Fols. 12/16).
1. The husbands and many important people go to Sala Grande, in the Court.
1.1. Collenuco Pandolph said a Sermon (lasting one hour).
1.2. Monsignor of Terni, envoy of Pope, blesses them.
2. 11.00 hours. Go to the episcopate (the Church). They walk under a baldaquino. Those carrying the baldacchino are four youngs, 14 year olds: Piero Gentile da Camerino, Carlo Sforza, Ercole Sforza and Ercole Bentivoglio. They are married by Bishop of Terni. They return to court and come to rest. (Fols. 15 et passim)
E. Sunday 28 - Cosmic banquet (Fols. 17/46).
1. At 15.hours start a banquet in the Great Hall. (Fols. 17 et passim).
The banquet is hosted by the Sun and the Moon. The Sun heads the first half and the moon presides over the second half.
Each round of dishes (and there are many), is given by a god. When leaving a god, is preceded by a herald (a messenger, a servant). The Herald carries a banner, which is picked up by two young beautiful: Castor and Pollux.
The sequence is:
a) Appear (entry) the god and his messenger (his servant).
b) Handing over the banner.
c) recites a poem.
d) the dishes are served food that God sends. ( “cioe”).
Everytime a god, he "passed on" to the newlyweds their influences. For example, Juno gives wealth. That is, there are three concepts in each round: the god, the servant and the message passed by the poem and the concept protected by the god. And there are three iconographic elements: the appearance of the God, the appearance of the messenger, and the appearance of the emblem.
Part One - The Gods of the Sun
Presentation of the Sun:
Before the banquet started, the roof fell a shower of gold and the sun descends. The "Sun" recites a poem, which blesses the couple. He says that nothing will separate and Fortune and Virtue will always be together until death.
Part Two - Gods of the Moon
2. 22.00 aprox. Go to sleep.
F. Monday 29 - the parade of gifts (Fols. 46/60).
Upon awakening going to the Great Hall.
1. First Mountain. Enter an artificial mountain.
1.1. The dances of "wild man" (humo selvatico) and lyon. (Fols. 46)
1.2. The dances of two young men (buskers?). (Fols. 47)
1.3. Ten youngs (5 dresses in green, and 5 dress in alesandrina silk) dancing acrobatic. (Fols. 47)
2. The ambassadors and other famous persons (subjects of Constantine) give their gifts.
3. The procession of Jews, sent by the Universita dei Giudei di Pesaro.
3.1. The Queen of Sheba. Two elephants. One for the queen; another for her court. Gives presents. (Fols. 48, 49)
3.2. Enter a second mountain. At the top of the mountain there is a tower. On the tower is a spiritello. Exit an old man, Roboam, and ask to Constantio fields to work, because they have lost theirs. Constantio give camps. 12 young people exit and dance. The dance represents the agricultural work. From planting to harvesting wheat. (Fols. 50, 51)
4. The procession of the planets. Each planet is in a car with emblems on wheels (triumph). The planets are in this order: Moon, Mercury, Venus, Sun, Mars, Jupiter, Saturn. The planets give away his kingdom (and influence) the spouses. This part is very difficult to understand. Only explained in verses which seem to have a double meaning all erotic. It appears that the meaning its a bless of copulation and married life. (Fols. 53 et passim)
G. Monday 29 - Great breakfast (Fols. 60/74).
Start a great banquet in the Great Hall.
1. Bring many castles of sugar.
2. Dance in the form of S (il Biscione). Great music and sweet foods, such as marzipan and candied.
3. Antonio Constanzio di Farne recites a poem in Latin. (Fols. 63)
4. Bring more sugar's castles.
5. Enter a camel (an artifact of wood). The rider is dressed in a black oriental. Throw candy and sweets to people. (Fols. 68)
6. Ludovico di Bartolomeo send a private gift. It is a great castle of sugar, two oxen transported sugar (I suppose on a platform on wheels). At the top is Chastity. He recites a poem and leaves. (Fols. 69)
7. Sign in Poetry. Her hair is loose, a laurel wreath. On one hand holding a golden apple, covered with a veil. The veil is written the word "Veritas" to "prove that under the poetical veil hiding the truth."
Poetry is accompanied by 3 beautiful ladies. They are Grammar, Rhetoric and Astrology. These ladies lead the Mount Parnassus (in sugar). At Mount Parnassus are statues of Apollo and the nine muses.
Then came the procession of Poetry. There are 20 poets. Ten Greeks and ten Latino. Each poet has a book of sugar. Each poet recited a couplet to the spouses (its not write) and give them the book. (Fols. 70 et passim)
Rest until evening.
H. Monday 29 - Girandola - Fireworks (Fols. 74).
Party in the square (by night). Fireworks. Lot music and dance. In the center of the square is a "Girandola." This is a sort of wheel emerging from the fireworks.
The Girandola is made in wood. In the center is a representation (in silver) on the celestial sphere and the zodiac.
This area is supported by three giant heads that spit fire. In addition, there are three serpents ranging from celestial sphere giant heads. Also throw fire.
Enter the car of the god of Love is very high (18 feet). Silver is "surrounded by fire." The god of love has lighted arrows with the tips of fire. Around 12 spiritelli sing and dance. (Fols. 74)
I. Tuesday. Day 30 - La Giostra. (Fols. 75 et passim).
(La Giostra is a tournament, a joust).
In the morning go to the field of the tournament. It's raining and windy. Return to "cortile", in the palace, and, I think they see a play (the text is unclear), "Il Cavaliero della Gatta". Leave the rain, returning to the field of Giostra.
There are two captains (di capi scuadra). One is Niccolo di Barignano. Another is Renieri degli Almerighi.
In the middle of the field, come on the carriage of Fame. On the 4 sides are 2 spiritellos shields. They have a trumpet and a plant related with the purity ("giglio"). In the center of the car is interesting decor. At the bottom, an "old face" (dont said which one). Then, a triangle with "harpies" and claim the globe. Then, three men sitting: Caesar, Alexander and Scipio. Description in (Fols. 77)
Begin the fight on horseback with lances (the typical medieval tournament). There are four awards.
First prize wins Constantio ^^
Second, Niccolo da Barignano
Third: Giovanni Ubaldini, squire of the Duke of Urbino.
Fourth, Renieri.
The End
Notas
Bibliografía complementaria:
Cieri Via, Claudia. "L'ordine delle nozze di Costanzo Sforza e Camilla d'Aragona del ms. Urb.Lat. 899." La città dei segreti. Magia astrologia e cultura esoterica a Roma (XV-XVIII secolo). A cura di F.Trocarelli. Milano 1985:185-197.
Guido Arbizzoni. La saffica di Antonio Costanzi
"Le nozze di Costanzo Sforza e Camilla d'Aragona celebrate a Pesaro nel maggio 1475", Firenze, Vallecchi, 1946. (Edición facsímil del Vat. Urb. 899, de Tammaro De Marinis).
Corfiati Claudia: Ludovico Lazzarelli. De gentilium deorum imaginibus. Centro Studi Umanistici, Ferrara, 2006.
Maurizio Padovan. Guglielmo ebreo da Pesaro: e la danza nelle corti italiane del XV secolo.
Bueno, ya nos van quedando pocas barajas renacentistas del tarot por conocer. Hoy toca una que se suele relacionar con Ercole d'Este, del que toma el nombre. Está muy deteriorada, pero le he subido algo las luces a las imágenes para que podamos apreciar mejor los detalles. Se considera que fue realizada en 1473, a raíz de la boda entre Leonor de Aragón y Ercole d'Este. Se conservan ocho triunfos, si no son siete (no tengo nada claro que el Papa no sea un rey de copas):
Loco
|
Mago
|
Estrella
|
Luna
|
Sol
|
Templanza
|
Mundo
|
Papa
|
Al hilo de lo que planteaba Daniel Tubau en su presentación de Esklepsis, una reflexión sobre la frágil salud de la razón…
La New Age y su derivada del siglo XXI, que no sé qué epíteto la distingue, quizá la All Digestion, es un sopicaldo de creencias fundamentadas en la fe que se basa, en esencia, en las siguientes premisas:
a) Cuanta más antigua es una concepción del Universo, de la realidad, más valor tiene. Así, por ejemplo, para los aldigestivos resulta más válido el sistema escolar medieval, basado en el quadrívium y el trívium que el actual. Por lo mismo, resulta mucho más válida la concepción antigua de un Universo donde todo está interrelacionado por una “Energía”, o Alma Cósmica, que las leyes de la física actuales, las cuales, entre otras cosas, explican que el curso de los astros no afecta a la personalidad o al futuro de los individuos, el cual no está determinado. Es decir, da igual si uno ha nacido bajo el signo de Piscis o Capricornio (por cierto, las constelación de la elíptica han variado de posición en los últimos 2000 años). Lo que suceda dependerá de uno mismo y las circunstancias, no de la posición de los astros.
b) Cualquier disciplina, ciencia o superchería oriental es más válida que la occidental. Así, por ejemplo, da igual que la medicina occidental haya conseguido prolongar la vida del ser humano hasta los 80 años, más o menos. Para los aldigestivos es mucho más eficaz la medicina oriental, a pesar de que la esperanza de vida media sea más baja.
c) De lo anterior se desprende que, para los aldigestivos, los datos no importan. Las estadísticas, o cualquier otro dato objetivo resultan superfluos, porque lo único importante es lo subjetivo. No existen el bien ni lo correcto, sino lo que uno considera que es el bien y lo correcto. Es decir, hay muchas “esferas” de Verdad. En la “Esfera” occidental puede ser cierto que un cáncer no se cure por mera voluntad, pero en mi “Esfera”, basta con querer curarse de un cáncer para resolver esta jodida enfermedad. En suma, todo es relativo: la ciencia, la ética, la verdad.
d) Si algo no se ajusta a sus premisas teóricas, por ejemplo, si uno termina muriendo de cáncer a pesar de invertir tiempo, esfuerzo y dinero en flores de bach, reiki o demás supercherías, es por culpa de los individuos, que no han tenido la suficiente fe en la magia de turno. Aquí es donde se produce uno de los grandes problemas de convivencia que despiertan estas doctrinas, dado que terminan culpabilizando al enfermo de su enfermedad.
e) Todo vale. Sea cual sea la religión, filosofía o modelo de pensamiento que barajan, siempre lo pueden reducir a un esquema básico, muy digerible por la sencillez, que se reduce a cuatro abstracciones muy genéricas. Por eso, todo es lo mismo, todo encaja en el esquema. Por ejemplo, el conocimiento de los druidas versa sobre la relación del Ser Humano con la Naturaleza, con el Universo, al igual que el budismo o el cristianismo antes que la Iglesia manipulara su verdadero mensaje. Por lo tanto, un dios celta, Buda o Cristo son equiparables.
f) Las verdades trascendentes se escriben en mayúsculas y, en un discurso oral, se pronuncian con reverente gravedad: La Gran Obra, el Yo, la Unión con el Cosmos.
g) En la Antigüedad, sobre todo en tiempos egipcios o de la antigua India (cuando el 90 por ciento de la población curraba hasta reventar para mantener a una casta dirigente), se poseía una Verdad Absoluta, la cual han tratado de silenciar la Iglesia Católica y otras pérfidas fuerzas, que en la actualidad suelen concretarse en una confabulación de judíos y ricos capitalistas.
En fin, no sigo…
Personalmente, he pasado de pensar que eran una anécdota graciosa en el devenir de la cultura humana, una miasma medieval, a un peligro serio para el futuro de la civilización y los derechos humanos que se empezaron a conseguir durante la revolución francesa. Y la razón no es otra que el hecho de que todo su pensamiento se basa en la fe, y no en la razón… Y, amigo mío, cuando la razón la adormecen, se despiertan los monstruos.
Las cartas sueltas no suelen aportar información interesante para la historia del tarot, dado que resulta muy complicado datarlas sin las referencias iconográficas del conjunto. Sin embargo, hoy os voy a enseñar una —realizada, quizás, en el siglo XV o XVI— que nos permite apreciar cómo se pintaban.
Primero se adhería una hoja de pan de oro a un cartón grueso, que servía de contracubierta. Luego se pintaba encima con témperas de vivos colores y, finalmente, se trabajaba el pan de oro con pequeños adornos en relieve. Además, en esta carta, que representa el Mundo, se observa bien el pequeño agujero en la parte superior que suele ser común en todas las barajas de lujo del Renacimiento. Esto nos indica que, probablemente, las barajas estuvieran atadas, quizás en algún lugar visible.

[+ información sobre esta carta en S.R.Kaplan, The Encyclopedia of Tarot, Ann Arbor, 1978, vol. II pp. 22-23.]
Una de monstruillos, que ya tocaba. La tentación de san Antonio, en el Libro de las Horas de la familia Sforza, Milán. Realizado, al parecer, en dos etapas. Una primera vuelta en 1490, para Bona Sforza, viuda de Galeazzo Sforza, duque de Milán; y otra para Margaret de Austria, reina de Holanda, hacia 1504. Se pueden ver más páginas en la web de la British Library.
British Library Add. MS 3429. Fol. 202v
Otra baraja del tarot realizada por los Visconti-Sforza es el tarot de Pierpont Morgan. Se han conservado 20 triunfos. Catorce fueron realizados hacia 1450-1452, probablemente por Bonifacio Bembo, el mismo artista que pintó la Cary Yale. Luego se añadieron los otros seis, de peor factura. La fecha exacta en que se incluyeron no está clara. Unos piensan que fue hacia 1465, pero otros sostienen que fue hacia 1475.
Triunfos originales (1450- 1452)
Loco
|
Mago
|
Emperador
|
Emperatriz
|
Papa
|
Papisa
|
Carro
|
Justicia
|
Amor
|
Fortuna
|
Muerte
|
Ahorcado
|
Tiempo
|
Juicio
|
Triunfos añadidos (1465 - 1475)
Estrella
|
Luna
|
Sol
|
Mundo
|
Fortaleza
|
Templanza
|
Seguimos con las barajas renacentistas del juego del tarot. Hoy vamos a ver la llamada baraja de Cary-Yale, que es la más antigua que se conoce. De hecho, es muy probable que fuera la primera. Aunque hay varias hipótesis sobre su génesis, es bastante seguro que fue realizada hacia 1441 por Filippo Maria Visconti, duque de Milán, como regalo de bodas para su hija Bianca Maria. Se han conservado once triunfos, pero, seguramente, en su día tenía dieciséis. Bueno, no me enrollo más… Aquí están los triunfos:
Emperador
|
Emperatriz
|
Carro
|
Muerte
|
Amor
|
Fe
|
Esperanza
|
Caridad
|
Fortaleza
|
Fama / Gloria
|
Juicio / Justicia
|
|
[Publicado por primera vez en El Jardín de los Dioses hacia 2006. Puedes leer el artículo por aquí o en su formato original]
1. El mito
Las Gorgonas son uno de los monstruos más complejos de toda la mitología griega, pues su historia se fue haciendo cada vez más sofisticada a medida que poetas y artistas iban descubriendo nuevas posibilidades literarias, pero, en esencia, el mito es el siguiente.
Las 3 Gorgonas (Esteno, Euríale y Medusa) eran hijas de dos divinidades marinas, Forcis y Ceto. Su aspecto era bastante terrorífico: de la cabeza le crecían serpientes en vez de pelo; en su sonrisa lucían un par de afilados colmillos de jabalí; sus manos eran de bronce y sus dos alas de oro, lo que no les impedía utilizarlas para volar; y, si miraban directamente a alguien a los ojos, al momento le dejaban petrificado.

De las tres hermanas, la más famosa era Medusa, aunque era la única mortal. Vivían el extremo de Occidente, cerca del reino de los muertos, y no había mortal ni divinidad que no las tuviera temor. El único dios que se atrevió a amarlas fue el rey del mar, Poseidón, que se acostó con Medusa y la dejó embarazada.
De hecho, hay una variante más tardía del mito en la que atribuyen precisamente a este amorío la transformación de Medusa. Según esta versión, Poseidón se acostó con una muchacha muy hermosa que se llamaba Medusa en el templo de Atenea y, cuando la diosa se dio cuenta, transformó a la infeliz joven en el horrendo monstruo con melena de serpientes.
![]() |
Medusa (siglo VI a. C.). Museo de Siracusa En este antiguo bajo relieve podemos apreciar los principales rasgos de una Gorgona: serpientes en la cabeza, mirada penetrante, largos colmillos, alas de oro, manos poderosas y el cuello protegido por una armadura. |
En lo que sí coinciden todas las versiones es en el final de la única gorgona mortal a manos del gran héroe Perseo, hijo de Zeus y de una mujer de una belleza irresistible, Danae.
Por razones diversas, madre e hijo han tenido que huir de su Argos natal y se han refugiado en la isla de Sefiros, donde reina Polidectes. Como tantos otros, el rey se enamora perdidamente de Dánae, pero Perseo la defiende de cualquiera que intente obtenerla con violencia, por lo que Polidectes trama un plan para alejar al muchacho de su madre.
Durante una copiosa comida a la que están invitados muchos príncipes, pregunta qué regalo le querrían ofrecer sus amigos. Todos dicen que el mejor obsequio para un rey es un caballo, pero al insensato Perseo no se le ocurre otra cosa que prometer la mismísima cabeza de Medusa si fuera necesario. A la mañana siguiente, el rey le recuerda su compromiso y a Perseo no le queda más remedio que salir en busca de la feroz criatura bajo la amenaza de que Polidectes viole a su madre si no cumple su palabra.
Según otra versión, estos regalos estaban destinados a su amada Hipodamia, pero en esencia es lo mismo: Perseo debe ir en busca de Medusa por una intempestiva promesa hecha bajo engaño al rey.
Pero no todo está perdido pues los dioses sonríen al atrevido joven y acuden en su ayuda. Aconsejado por Atenea y Hermes, Perseo se dirige primero al lugar donde habitan las tres Grayas, que también eran hijas de Forcis y Ceto. Las Grayas eran tres mujeres que ya habían nacido ancianas y se llamaban Enio, Penfredo y Dino. Entre todas tan solo contaban con un solo ojo y un solo diente, que se iban rotando.
Aprovechando un descuido mientras intercambiaban el ojo, Perseo consigue arrebatárselo junto con el diente y no se los devuelve hasta que le indican dónde habitaban las Gorgonas. A las desdentadas hermanas no les queda más remedio que aceptar y le conducen hasta donde viven unas extrañas “ninfas” que le dan varios objetos mágicos: unas sandalias aladas, una alforja y el yelmo de Hades, que volvía invisible a quien se lo ponía. Para terminar de armarse, Hermes le regaló una afilada hoz de acero.
Así preparado, Perseo echa a volar hasta la guarida de las Gorgonas, en los confines del mundo, donde las encuentra dormidas. Sabe que de las tres solo una es mortal, así que, mientras Atenea sostiene delante de Medusa un escudo de bronce tan pulido que reflejaba su feroz mirada, Perseo aprovecha para cercenarle la cabeza con la hoz de Hermes. De la herida salieron entonces los dos hijos que la terrible criatura había concebido con Poseidón: el caballo alado Pegaso y el gigante Crisaor, que nació blandiendo una espada de oro.
Perseo guardó la cabeza en la mágica alforja y, protegido por la invisibilidad que le proporcionaba el yelmo de Hades, escapó antes de que las dos hermanas de Medusa pudieran atraparle. Tras diversas peripecias, Perseo consiguió regresar y la diosa Atenea se hizo cargo de la cabeza de Medusa colocándola en el centro de su escudo. Triste final para la pobre Gorgona, que, en el fondo, tampoco es que le hubiera hecho daño a nadie. ¿No? (Aunque, según Ovidio, andaba petrificando a cuanta criatura se acercaba por donde vivía).
Los 2 hijos de Medusa y Neptuno anduvieron por caminos separados. De Crisaor, que significaría algo así como “el hombre de la espada de oro”, apenas nos han llegado noticias relevantes. Su único papel destacado fue el haber sido padre de dos grandes bestias: Gerión, un gigante con tres cuerpos, y Equidna, un monstruo mitad mujer, mitad serpiente.
A Pegaso, en cambio, sí que le pasaron más aventuras, sobre todo en compañía del héroe Bellerofonte, nieto de Sísifo. Con él por jinete, se enfrentaron victoriosos a la Quimera y las Amazonas. Tras la muerte de Bellerofonte, castigado por Zeús cuando intentaba alcanzar el Olimpo a lomos de Pegaso, volvió a subir al Olimpo y terminó siendo convertido en constelación.
Curiosamente, con el tiempo la figura de Medusa se convirtió en un amuleto que traía suerte y ahuyentaba a los enemigos. Así, por ejemplo, además de decorar los escudos de los guerreros, era frecuente por todo el Mediterráneo romano colocar la cabeza del desdichado monstruo en mosaicos, vasijas, estatuillas que colgaban de las casas, etcétera
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La Batalla de Assio. Mosaico de Pompeya.
(siglo II a. C.). Obsérvese la cabeza de Medusa que luce Alejandro Magno en su coraza. + información en la página de Ana María Vázquez |
2. Textos
Entre las diversas referencias literarias sobre el mito de Medusa, destacan tres por la cantidad de datos que aportan: un texto de Hesíodo, donde se explica el linaje y la descripción de las Gorgonas; un texto de Ovidio, que resulta muy interesante al proponer otra explicación para la monstruosidad de Medusa; y una última referencia en Apolodoro.
2.1. Medusa en Hesiodo.
«A su vez Ceto tuvo con Forcis a las Grayas de bellas mejillas, canosas desde su nacimiento; las llaman Viejas los dioses inmortales y los hombres que pululan por la tierra. También a Penfredo de bello peplo, a Enío de peplo azafranado y a las Gorgonas que viven al otro lado del ilustre Océano, en el confín del mundo hacia la noche, donde las Hespérides de aguda voz: Esteno, Euríale y la Medusa desventurada; ésta era mortal y las otras inmortales y exentas de la vejez las dos.
»Con ella sola se acostó el de la Azulada Cabellera [Poseidón] en un suave prado, entre primaverales flores. Y cuando Perseo le cercenó la cabeza, de dentro brotó el enorme Crisaor y el caballo Pégaso. A éste le venía el nombre de que nació junto a los manantiales del Océano, y a aquél porque tenía en sus manos una espada de oro.
»Pégaso, levantando el vuelo y abandonando la tierra madre de rebaños, marchó a la mansión de los Inmortales y allí habita, en los palacios de Zeus, llevando el trueno y el rayo al prudente Zeus. Crisaor engendró al tricéfalo Gerión unido con Calirroe, hija del ilustre Océano; a éste lo mató el fornido Heracles por sus bueyes de marcha basculante en Eritrea rodeada de corrientes…»
Hesiodo. La Teogonía. Gredos. Traducción de Aurelio Pérez Jiménez. (270).
2.2. Medusa en Hesiodo.
«El hijo de Agenor les contó que había un lugar al pie
del helado Atlas protegido por la defensa de una masa rocosa;
que a su entrada habitaban las hermanas gemelas, las Fórcidas,
que compartían el uso de un solo ojo; que él lo cogió
secretamente mediante un ardid, poniendo la mano debajo
mientras se lo estaban pasando; después, por regiones
muy ocultas, inaccesibles, y rocas erizadas de abruptas selvas
había llegado a la morada de las Gorgonas; por todas partes
por campos y caminos, había visto estatuas de hombres y
animales, convertidos de lo que eran en piedras al ver a Medusa.
»El, sin embargo, había mirado la cara de la horrenda Medusa
reflejado en el bronce del escudo que llevaba en la izquierda;
mientras un profundo sueño embargaba a las culebras
y a ella misma, le arrancó la cabeza del cuello y de la sangre
de su madre nacieron Pegaso, fugaz con sus alas, y su hermano.
»Añadió también los peligros, no fingidos, de su largo viaje,
los mares y las tierras que había visto desde lo alto debajo de él
y las estrellas que tocó con el batir de sus alas.
»Calló sin embargo antes de lo esperado; uno de los nobles toma
la palabra para preguntarle por qué sólo una de las hermanas
llevaba serpientes mezcladas alternativamente con sus cabellos.
»El extranjero dijo “pues preguntas algo digno de contarse,
he aquí la respuesta. Ella era la de figura más bella
y el partido codiciado por muchos,
y en toda ella no había parte más admirable que sus cabellos;
he conocido a quien dijo haberla visto. El soberano
del piélago [Poseidón], cuentan, la deshonró en el templo de Minerva [Atenea];
la hija de Júpiter [Zeus] se volvió y se cubrió el casto semblante
con la égida, y para que el hecho no quedara impune,
cambió la cabellera de la Gorgona en feas hidras.
»Y aún ahora, para aterrar y dejar paralizados a sus enemigos,
lleva delante del pecho las serpientes que creó».
Ovidio. Metamorfosis. Alianza Editorial. Traducción de Antonio Ramírez de Verger y Fernando Navarro Antolín. (Libro IV. - 772)
2.3. Medusa en Apolodoro
«A Acrisio, que había consultado un oráculo sobre el nacimiento de hijos varones, le respondió el dios que de su hija nacería un niño que le daría muerte. Temiendo esto, Acrisio preparó bajo tierra una habitación blindada y puso bajo vigilancia a su hija Dánae. Sin embargo, según cuentan algunos, la sedujo Preto, por lo que surgió entre ellos una disputa, o tal como afirman otros, Zeus se transformó en oro y se derramó a través del techo llegando hasta el seno de Danae.
»Cuando más tarde Acrisio se enteró de que ella había dado a luz a Perseo, no creyó que hubiese sido seducida por Zeus y metiendo a su hija junto con el niño en una cesta los arrojó al mar.
»La cesta fue llevada hasta Sérifos y Dictis la recogió y crió al niño. Reinaba entonces en Sérifos Polidectes, hermano de Dictis, que se enamoró de Dánae y, no pudiendo unirse ya con ella cuando Perseo se hizo un hombre, convocó a los amigos, entre ellos Perseo, dicéndoles que se trataba de reunir una dote para el matrimonio de Hipodamia, la hija de Enómao. Entonces Perseo dijo que no lo rechazaría ni por la cabeza de la Gorgona. Polidectes pidió caballos a los demás, pero no aceptó los de Perseo, sino que le ordenó traer la cabeza de la Gorgona.
»Perseo, bajo la guía de Hermes y Atenea, fue hacia las hijas de Forcis: Enio, Pefredo y Dino. Eran hijas de Ceto y Forcis, hermanas de las Gorgonas y ancianas ya desde su nacimiento. Entre las tres tenían un solo ojo y un solo diente, que se intercambiaban sucesivamente de una en otra.
»Una vez que se adueñó de ellos Perseo, cuando ellas se los reclamaron, les dijo que se los devolvería si le indicaban el camino que llevaba hacia las ninfas. Estas ninfas tenían sandalias aladas y el “kíbisis”, que dicen era una especie de alforja (Píndaro y Hesíodo en el Escudo dice sobre Perseo: "toda la espalda estaba cubierta por la cabeza del terrible monstruo Gorgona, y el kíbisis lo rodeaba". Se llamaba kíbisis porque en ella se metían ropa y alimentos). Tenían también el yelmo de Hades.
»Luego que las Fórcides le señalaron el camino, les devolvió el diente y el ojo, y se fue hacia las ninfas y consiguió lo que buscaba; se echó alrededor del cuello el kíbisis, se ajustó las sandalias a los tobillos y se puso el yelmo en la cabeza, con el cual podía ver a los que quería pero sin ser visto por los demás. Tomó también de Hermes una hoz de acero, echó a volar y llegó al Océano, sorprendiendo a las Gorgonas dormidas. Eran éstas Estenio, Euríales y Medusa. La única mortal era Medusa. Por eso, Perseo fue enviado a por su cabeza.
»Las Gorgonas tenían cabezas rodeadas de escamosas espirales de serpientes, grandes dientes como de jabalíes, manos de bronce y alas de oro, por medio de las cuales volaban. Convertían en piedra a los que las miraban. Perseo, por tanto, se situó sobre ellas mientras dormían y guiando Atenea su mano se volvió y miró al escudo de de bronce por medio del cual veía la imagen de la Gorgona, y le cortó la cabeza.
»Una vez cercenada la cabeza, salió volando de la Gorgona el caballo alado Pegaso y Crisaor, el padre de Gerión. Éstos los tuvo de Poseidón. Entonces Perseo metió en el kíbisis la cabeza de Medusa y regresó, pero las Gorgonas se despertaron del sueño y empezaron a perseguirlo; sin embargo no podían verlo a causa del yelmo que lo ocultaba».
Apolodoro. Biblioteca Mitológica.
Akal Clásica.
Edición de José Calderón Felices. (Libro II – 34)
3. En el arte
3.1. En la Antigüedad

Medusa y Crisaor
Templo de Artemisa en Corfú,
(hacia el año 580 a. C.)

Perseo asesinando a Medusa con ayuda de Atenea
Metopa del templo de Selinas (en Sicilia),
(hacia el año 530 a. C.)

Medusa Rondanini
(copia romana de un original griego, quizá del siglo VI a. C.)
Gliptoteca de Munich
3.2. Otros períodos

Medusa
Gian Lorenzo Bernini
(1598-1680)
Museo Capitolino, (Roma)

Cabeza de Medusa
Caravaggio (1601)
Galería de los Uffizi (Florencia)

El nacimiento de Pegaso y Crisaor
Edward Burne Jones (1885).
Southampton City Art Gallery

Las tres Gorgonas. Detalle del Friso de Beethoven
Klimt (1902)
Palacio de la Secesión (Viena)
[Publicado por primera vez en El Jardín de los Dioses hacia 2007. Puedes leer el artículo por aquí o en su formato original]
1. La religión de los poetas
La religión católica cuenta con un cuerpo especializado de sacerdotes que están agrupados en una sola institución jerárquica: la Iglesia, regida en su cúspide por el Papa y los cardenales. Los textos sagrados se encuentran casi todos en un solo libro, la Biblia, y esta versión oficial no acepta discusión en cuanto a los hechos, aunque sí admite distintas interpretaciones. Por el contrario, entre los antiguos griegos, los sacerdotes no estaban reunidos en una sola institución que dictaminase cuales eran las tradiciones míticas correctas.
En ausencia de un punto de referencia definitivo, en cada lugar surgían nuevas narraciones y versiones de cada mito adaptadas a las inquietudes y realidades locales. Por ejemplo, en una ciudad que estuviera adquiriendo mayor peso político en la región se podría introducir algunos cambios en una narración mítica para entroncar la fundación del lugar con las aventuras de algún gran héroe (como Teseo o Heracles).
Además, en general fueron los poetas, los rapsodas y no el clero, quienes se encargaron de transmitir los textos míticos; y, en tanto que artistas de la palabra, les preocupaba más el desarrollo narrativo que la veracidad mitológica. Dicho de otra manera: cada vez que un poeta, trovador ambulante, contaba un mito introducía pequeños cambios aquí y acullá con tal de mejorar el relato en sí mismo y su tensión dramática.
Del trabajo colectivo de todos aquellos rapsodas, depurando durante siglos una narración mítica tras otra, surgieron textos hermosos y sublimes, pero también sembrados de contradicciones y disparidades.
2. Un poco de orden: Hesiodo
Algo de orden se empezó a poner cuando la secular tradición oral dejó paso a la escritura. Las dos grandes obras atribuidas a Homero –la Iliada y la Odisea, fechadas hacia el siglo IX antes de Cristo, primeras recopilaciones escritas del maremágnum de mitos que crecían por la Hélade– se convirtieron en un primer punto de referencia absoluto para las generaciones venideras. Sin embargo, ni estos magníficos textos, ni los que les siguieron, fueron capaces de frenar la imparable energía creativa que llevaba por doquier a reinterpretar, a reinventar, una y otra vez los mitos.
Así, ante semejante amalgama de versiones, para empezar a conocer el origen y la naturaleza de los principales dioses del mundo griego, lo más razonable parece limitarnos al estudio de una sola fuente, y dejar las variantes para otro momento. Y quizá el mejor punto de partida que podamos seguir sea la sobria Teogonía de Hesiodo.
Hesiodo nació en Ascra, un pueblecito de la región de Beocia, hacia el siglo VIII a. C. y murió en la misma localidad en algún momento del siglo VII. Después de Homero, es el más antiguo poeta heleno del que tengamos noticia. Fue uno de los primeros autores en escribir una recopilación sistemática de la tradición mítica griega.
Aunque se le atribuían diversas obras, con certeza tan solo se suelen considerar suyas La Teogonía, donde expone la genealogía y los hechos de los principales dioses del panteón griego, y Los trabajos y los días, un manual que incluye información útil para el trabajo en el campo.
[Para este artículo seguiré la traducción de Aurelio Pérez Jiménez y Alfonso Martínez Díez, publicada en Gredos, una editorial a la que los amantes del mundo clásico estaremos siempre agradecidos].
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Hesíodo Copia romana de un original griego |
3. El principio del principio
Cuenta Hesiodo que en primer lugar fue el Caos y, después, Gea la de amplio pecho, un nombre que podríamos traducir como la Madre Tierra. Más tarde apareció, también por generación espontánea, Eros, la fuerza del amor que todo lo une, el más hermoso entre los dioses inmortales. Parece ser que también surgió por sí mismo el Tártaro, la región más profunda del Universo, situada aún más abajo que los infiernos, un lugar terrible donde los dioses enviarán a sus peores enemigos.
Sin juntarse con nadie para procrear, de Caos surgieron Érebo (las Tinieblas infernales, es decir, la Oscuridad) y la negra Noche (Nyx), que no tardaron en amarse y de su unión nacieron Éter (el Cielo superior, en el que brilla una luz más pura que en el cielo cercano a la tierra) y el Día (Emera).
Sola, al igual que Caos, Gea alumbró al estrellado Urano (es decir, al cielo), a las Montañas y a Ponto, el inmenso océano.
En fin, concluido este de lío partenogenético nos encontramos que en estos momentos ya existen: la Tierra (Gea), el Cielo (Urano) y el Mar (Ponto); así como el Día, la Noche, la quintaesencia de la luz y la quintaesencia de la oscuridad. Por si fuera poco, también ha surgido el Amor, el impulso irrefrenable de unirse y engendrar. Evidentemente, con semejante material de partida resulta sencillo que vayan apareciendo cuantas cosas hay en el Universo. Veamos cómo ocurrió.

4. Hijos de Gea y Urano
A los dioses griegos no les importaba en lo más mínimo mantener relaciones incestuosas (entre miembros de la misma familia), así que Gea y Urano se acostaron juntos y de la unión entre la Tierra y el Cielo nació una prole tan antigua como poderosa, dioses y diosas de una fuerza tan extraordinaria que no tardarían en ser suplantados por otros más asequibles para los mortales. Pero no adelantemos acontecimientos y vayamos pasito a pasito que esto empieza a complicarse.
Sus primeros hijos constituyeron una generación de 12 dioses llamados genéricamente titanes. El primero en nacer fue Océano, señor de las aguas del mar, al que siguieron Ceo, Crío, Hiperión, Jápeto, Tea, Rea, Temis, personificación de la justicia cósmica, Mnemosina, la memoria, futura madre de las 9 Musas, Febe, Tetis, diosa de la fecundidad, que vivía en el último extremo de Occidente, allí donde se pone el Sol, y, por fin, el más pequeño y terrible de los hermanos, Cronos, el de mente retorcida, que algunos autores relacionan con el Tiempo (aunque esto no está del todo claro).
A los titanes, les siguieron los soberbios e irascibles cíclopes, unos seres gigantescos de un solo ojo y una fuerza inmensa. Eran tres hermanos: Brontes, Estéropes y Arges, el más violento de todos. No debemos confundir estos cíclopes nacidos de Gea y Urano con los que se encontró el infatigable Odiseo (Ulises) mucho tiempo después mientras intentaba regresar a su casa en la isla de Ítaca.
A continuación Gea alumbró otros tres hijos enormes, los gigantes hecatónquiros: Coto, Briareo y Giges. Cada uno poseía cien brazos y cincuenta cabezas, lo que les confería una fuerza monstruosa, casi imparable.

5. El fin de Urano
Urano no era un buen padre sino un déspota y cruel progenitor, cuya tiranía le iba a costar perder el reino de los dioses y una parte fundamental de su anatomía. Por malevolencia, cada vez que Gea iba a alumbrar un nuevo hijo, Urano lo retenía en su interior, por lo que la pobre madre estaba ya a punto de reventar ante la cantidad de criaturas a punto de nacer que guardaba en su vientre.
Sin embargo, no en vano Gea era una fuerza principal del Cosmos y urdió un plan para desembarazarse del pesado de Urano. Con brillante acero forjó una hoz de afilados dientes y se la entregó al más valiente de sus hijos: Cronos. Ignorando lo que le aguardaba, llegó Urano conduciendo la noche y se echó a descansar cuan largo era. Aprovechando el descuido, su hijo salió de un escondite y de un solo tajo le cercenó los testículos y los arrojó tan lejos como le permitieron las fuerzas. Privado de su virilidad, a Urano no le quedó más remedio que delegar su mando en Cronos, no sin antes insultar a tan rebeldes hijos llamándoles «los que por su intento recibirán su justo castigo», una especie de juego de palabras del que proviene el nombre de titanes (titaínontās, «en su intento»; «tísin, castigo»).
De las gotas de sangre que dejaron a su paso los rebanados genitales nacieron las Erinias, los poderosísimos Gigantes y las ninfas Melias que viven en los bosques de fresnos. Con el tiempo, los mitógrafos fijaron en tres el número de Erinias: Alecto («implacable»), Mégara («celosa») y Tisífona («vengadora del asesinato»). Los romanos las llamaban Furias, y ni siquiera los dioses podían controlarlas. Eran aladas y vivían en lo más profundo del Tártaro, desde donde salían de cuando en cuando para atormentar a los mortales que hubieran cometido un crimen imperdonable.
Además, cuando cayeron al mar, los testículos de Urano provocaron una espuma de la que surgió la más hermosa y seductora de las diosas: Afrodita, diosa del amor, del placer, de la dulzura y de los engaños.

El Nacimiento de Venus (nombre romano de Afrodita)
Sandro Botticelli, 1445-1510. (c. 1482)
Galería degli Uffizi. Florencia, Italia
Cuenta Hesíodo que antes de llegar a la morada de los dioses, Afrodita viajó por el mar y pasó por las islas de Citerea y Chipre, de donde provienen dos de sus habituales epónimos, Afrodita citerea y Afrodita Ciprogénea. En su viaje estuvo acompañada por Eros y el bello Hímero, personificación del deseo amoroso.

6. Los hijos de la Noche
Hoy día la luz eléctrica ha difuminado nuestros temores nocturnos en la claridad del día; pero, en la antigüedad, la oscuridad de la noche, tan solo paliada por las tenues caricias lunares, cobraba mucha más importancia en el devenir cotidiano: cuando caía el Sol, el trabajo se detenía y tan solo los más osados y los malintencionados se atrevían a deambular entre las tinieblas, momento en el que también encallan los barcos y se aproximan los traidores enemigos, entre otros sucesos funestos. Por tanto, no resulta extraño que los griegos le atribuyesen a la Noche (Nyx) una descendencia de lo más espantosa.
El primero de los hijos que alumbró sin intermediación de padre alguno fue a Moros («la Suerte»), al que siguieron Ker y el alado Tánato («la Muerte»). Parió también a Hipnos («el Sueño») y a la tribu de los Sueños. Por si fueran pocos, además fue madre de Momo («la Burla»), el doloroso Lamento, y las Hespérides, unas ninfas que custodiaban un jardín, situado en el extremo occidental del mundo, en el que crecían frutos de oro.

El jardín de las Hespérides
Frederic Leighton, 1830-1896. (1892).
Lady Lever Art Gallery, Liverpool. Reino Unido.
Del vientre de la Noche también nacieron la Moiras y las Keres. Las primeras se llamaban Cloto, Láquesis, Átropo y eran la personificación del destino. Con el tiempo, los poetas las imaginaron como tres ancianas que fijaban la duración de la vida de los mortales. Cada vida era un hilo que una hermana hilaba, otra devanaba y la tercera cortaba poniendo fin a la existencia del humano a quien correspondiese

El hilo de oro
John M. Strudwick 1849-1937. (1885)
Las Keres, por su parte, son otra deidad abstracta muy compleja. En el mismo Hesíodo aparecen de forma confusa, ora como una sola persona, ora como varias. En tiempos arcaicos quizá se imaginaban como unos seres alados, de negra piel y afilados dientes blancos, que se llevaban a los muertos del campo de batalla. De hecho, parece ser que personificaban el destino de los héroes o los combatientes.
Así mismo, de la funesta Noche nacieron Némesis («la Venganza»), Apate («el Engaño»), Gera («la Vejez»), Eris («la Discordia») y el único de sus hijos que no me parece terrible: Filote («la Ternura»).
Pero peores aún fueron las criaturas que alumbró la funesta Eris, quien también sin compañero tuvo al Olvido, al Hambre, los Dolores, los Combates, las Guerras, Matanzas, Masacres, Odios, Mentiras, los falsos Discursos, las Ambigüedades, al Desorden, la Destrucción y al Juramento.
Todas estas abstracciones representan fuerzas cósmicas que sólo volverán a aparecer en los mitos como figuras metafóricas.
Bueno, los dioses empiezan a entrecruzarse, son cada vez más y corremos el riesgo de empezar a perdernos. No te preocupes, por el momento tan solo es importante que recuerdes que tras los primeros instantes del Universo ha aparecido una primera generación de dioses, llamados titanes y comandados por Cronos, que han destronado a su padre Urano. Además, ha nacido ya Afrodita, una diosa fundamental en el mundo clásico.
7. El Mar
Como vimos, uno de los primeros hijos de Gea fue el dios del mar, Ponto, deidad antiquísima de la que provienen todas las siguientes deidades marinas. Pero antes de zambullirnos en su descendencia, recordemos que los griegos eran sobre todo un pueblo marino. Antes que agricultores o ganadores, los griegos fueron pescadores, comerciantes y, en tiempos de escasez, piratas. Durante siglos no tuvieron rival en el Mediterráneo. Sus trirremes surcaban tranquilamente las aguas desde Egipto hasta las Columnas de Heracles (el estrecho de Gibraltar) sin que nada, salvo los dioses, detuviera su rumbo mientras transportaban metales preciosos, cerámicas de lujo, vino, esclavos, trigo, caballos o colonos para fundar ciudades comerciales por doquier. A bordo de sus naves, los griegos podían llegar allí donde quisieran, de hecho, es probable que alcanzaran incluso las costas británicas, y, desde luego, resultaba mucho más cómodo comerciar de ciudad en ciudad navegando que caminando por el Peloponeso, una tierra donde las montañas se levantan imponentes para separar a los pueblos hermanos.
Teniendo esto en cuenta, ahora podemos comprender por qué la descendencia del viejo Ponto acabará siendo tan numerosa o por qué el periplo de Odiseo transcurre de costa a costa. Al igual que en la actualidad nos aprendemos el nombre de las calles y plazas de nuestra ciudad, los marinos griegos reconocían cada tramo del litoral mediterráneo, cada cala donde desembarcar a comerciar o saquear, cada pequeña isla de las puntas de tierra firme que constituyen las Cícladas… Y tras este hiperbólico prólogo, veamos ahora cuáles fueron los hijos de Ponto.

En la antigua Grecia, las comunicaciones por mar resultaban más sencillas que por la montañosa tierra firme
8. Ponto y las Nereidas
Primero, Ponto se acostó con su madre, Gea, y engendraron a Nereo, el mayor de sus hijos y también el más infalible y benévolo. Luego, juntos tuvieron al enorme Taumante, al arrogante Forcis, a Ceto y a Euribia.

Nereo
Ánfora ática (c. 490 a. C.). Harvard University Art Museums
Mientras tanto, Nereo se unió con Doris, una hija del titán Océano, y de tan acuática coyunda nacieron cincuenta hermosas diosas que se conocen genéricamente como las Nereidas. No mencionaré aquí sus cincuenta nombres, a Hesíodo me remito, pero sí algunos de ellos para comprender su naturaleza; así, entre las Nereidas se encuentran Eulímene (La de buen puerto), Nesea (La isleña), Eupompa (De feliz viaje), Cimótoa (De rápidas olas) y una muy especial, de etimología oscura, que es Tetis, madre del futuro gran héroe Aquiles, y a la cual no debemos confundir con la titánida homónima.
Taumante, a su vez, se unió con una hija de Océano llamada Electra y tuvieron una singular descendencia. La primera en nacer fue la veloz Iris, señora del arcoiris, a la que acuden los dioses cuando deben enviar un mensaje. Y tras ella nacieron las Arpías de hermosos cabellos: Aelo y Ocípeta. Estas dos hermanas tenían alas y, al parecer, raptaban las almas de los niños. Por orden de los dioses, se encargaron de castigar al rey Fineo, que gracias a sus dotes adivinatorias andaba revelando más secretos de lo permitido. Cada vez que el pobre rey intentaba comer o beber, las Arpías le molestaban con todo tipo de porquerías.

Fineo y las Arpías
Hydria-kalpis ático (siglo V a. C.).
J. Paul Getty Museum, Malibu
En algunas tradiciones se decía que las Arpías eran tres
9. Una descendencia espantosa
Pero, si de Nereo provienen tan magníficas diosas, no ocurrió lo mismo con la descendencia de sus hermanos Forcis y Ceto, ya que en su linaje se encuentran algunos de los seres más terribles y monstruosos que jamás imaginó mente humana.
Primero tuvieron a las Grayas, tres diosas que nacieron ya ancianas. Entre todas tan solo contaban con un solo ojo y un solo diente, que se iban rotando. Luego a Penfredo, a Enío y más tarde a las tres Gorgonas, cuya sola mirada convertía a los mortales en piedra.
Las Gorgonas tenían serpientes en vez de pelo en la cabeza y lucían dos enormes colmillos de jabalí en su aterradora sonrisa; sin embargo, estos detalles no le impidieron a Poseidón acostarse con una de ellas, Medusa, y dejarla embarazada de dos formidables criaturas: el gigante Crisaor y el caballo alado Pegaso. Tiempo después, Crisaor se unió con Calírroe, una hija de Océano, y tuvieron un hijo espantoso: un gigante enorme de tres cabezas al que llamaron Gerión.
Además, sin padre alguno, Medusa parió en una profunda gruta a la astuta y sanguinaria Equidna, que de cintura para arriba era una ninfa preciosa de hermosas mejillas, mientras que de cintura para abajo era una serpiente enorme y jaspeada. Tifón, otra criatura espantosa al que ya conoceremos, se unió con Equidna, y tuvieron al perro Ortro (compañero de Gerión), a Cerbero, un perro feroz y despiadado de 50 cabezas que custodia la entrada del Hades, y a la Hidra de Lerna, una monstruosa serpiente de muchas cabezas que volvían a crecer cuando eran cercenadas.

La Hidra de Lerna lucha contra Heracles y su sobrino Iolao
Cerámica griega (siglo VI a. C.).
J. Paul Getty Museum
De la Hidra de Lerna nació la Quimera, una mala bestia que también tenía tres cabezas: una de león, como sus patas delanteras, otra de cabra, como su lomo y una tercera de dragón serpentino, como sus cuartos traseros. Con esta feroz criatura se juntó el perro Ortro, que para gustos no hay nada escrito, y se quedó embarazada de la Esfinge y del león de Nemea, pesadilla para los mortales hasta que murió a manos del poderoso Heracles.
Finalmente, Ceto y Forcis tuvieron un último monstruo: un dragón gigantesco que custodia las manzanas de oro del jardín de las Hespérides. Y después de semejante retahíla de seres espantosos, volvamos con unas deidades más amables

Quimera
Estatua en bronce etrusca. Siglo V a. C.
(actualmente en Berlín)
10. Hijos del mar
Los titanes, que como recuerdas eran los hijos de Gea y Urano, no tardaron en acostarse los unos con los otros. La primera unión titánica que nos narra Hesíodo fue entre Océano y Tetis, y juntos tuvieron a los principales ríos del mundo conocido, como el Nilo, el Istro de bellas corrientes, el Gránico o el divino Escamandro, entre otros. Así mismo, también tuvieron una larga serie de hermosas hijas, como Urania, Calírroe, Dione, Pluto, Europa, Calipso y Estigia, la profunda laguna que rodea los infiernos: todas ellas llamadas genéricamente, las oceánides, en total, más de tres mil diosas imposibles de nombrar por los mortales.
Insisto en que recuerdes el nombre de Estigia. Como veremos, Zeús se enfrentó a los titanes y ella se puso del lado de este advenedizo, por lo que ganó conservar su estatus y el convertirse en el epicentro del más sagrado de los juramentos. Los dioses que juraban por la laguna Estigia estaban obligados a cumplirlo o se les castigaba con 9 años de destierro y uno más en el que caían en una especie de muerte en vida, sin poder respirar ni alimentarse, en medio de un profundo sopor. Esto de los juramentos debía de tener su importancia pues, en una sociedad sin contratos mercantiles ni notarios, un voto inquebrantable parece más que necesario ¿no?

Mosaico romano con los grandes dioses del mar:
Poseidón, en su poderoso carro, Océano y Tetis.
11. Como el día a la mañana
Ahora nos toca conocer a los hijos de los titanes Tea e Hiperión, que son Helios (el Sol), Selene (la Luna), y a Eos (la Aurora). Me resulta muy interesante que estos dioses sean tres hermanos. Por lo general, el Sol y la Luna intervienen juntos en un sinfín de mitos de todo el mundo −ora como amantes que se persiguen, ora como hermanos que se buscan− pero la presencia de la Aurora no suele ser tan habitual; y me llama la atención por que, en el fondo, es una frontera entre sus dos hermanos, la Luna y el Sol, y, en tanto que frontera, punto de encuentro, que no de separación. La Aurora, por ende, es una entidad ambigua, que participa de dos naturalezas sublimes, una de las primeras entidades hermafroditas que tanto les gustaban a los antiguos griegos.

Helios en su carro
Crátera ateniense del siglo V a. C. British Museum, Londres

Selene conduciendo su carro
Kylix ateniense del siglo V a. C. Berlin, Antikensammlung
Selene se enamoró perdidamente de un pastor muy hermoso llamado Endimión. Aunque juntos tuvieron 50 hijas, su historia de amor no concluyó felizmente, pues la diosa consiguió que Zeus le concediera un deseo al pastor, y a Endimión no se le ocurrió otra cosa que pedir dormir para toda la eternidad y así conservarse siempre joven.
12. Los vientos
El titán Crío se casó con Euribia, que como vimos era hija del dios marino Ponto y de la diosa tierra Gea. Y del amoroso encuentro nacieron Astreo, Palante y Perses: tres hermanos cuya única relevancia mitológica es ser padres de divinidades mucho más interesantes.
La Aurora, Eos, se juntó con este Astreo y se quedó embarazada de los poderosos vientos: el Céfiro, dios del oeste; el violento y frío Boreas, que es el viento del norte; y el húmedo y cálido Noto, el viento del sur. Además, también dio a luz al lucero Eósforo y, nada más ni nada menos, que a las brillantes estrellas.
A su vez, el hermano de Astreo, Palante, se unió con la mismísima Estigia, a la que dejó embarazada de Zelo, Nike (Victoria), Cratos (Poder) y Bía (Fuerza).

Boreas persiguiendo a Oreitia
Calyx ateniense (siglo V a.C.).
Boston, Museum of Fine Arts
Boreas se enamoró de Oreitia, hija del rey ateniense Erecteo, y la raptó mientras ella jugaba con unas compañeras en la ribera de un río. Se la llevó a su morada, en Tracia y la dejó embarazada de dos gemelos: Calaides y Cete. Estos hermanos, conocidos como los Boreales, también tenían alas, al igual que su padre, y participaron en la expedición de los Argonautas, durante la que se enfrentaron a las Arpías que acosaban al castigado rey Fineo.

13. Cronos
El más poderoso de los titanes, Cronos, se casó con la más grande de las titánidas, Rea, pero desde un principio el matrimonio fue un desastre. Como a Cronos le habían vaticinado que algún día perdería el trono a manos de uno de sus descendientes, en cuanto Rea daba luz a un hijo, se lo comía. Así, el brutal Cronos se zampó sucesivamente a Hestia (diosa del hogar), Deméter (diosa de la agricultura), Hera (diosa del matrimonio) Hades (señor de los Infiernos) y Poseidón (señor del mar). Como te puedes imaginar, Rea estaba desolada ante semejante pitanza caníbal, así que le pidió ayuda a sus padres, la ancestral Gea y el castrado Urano. Entre todos urdieron un plan tan sencillo como efectivo.
Cuando estaba a punto de parir al último de sus hijos, Zeus, se escondió en Licto, un pueblo de la isla de Creta, y le confió el dios recién nacido a su madre, quien lo ocultó en una profunda gruta. A Cronos le dio una enorme piedra envuelta por completo en telas y, como era un poco ansioso, se la comió de un bocado sin sospechar nada del cambio. Así, Zeus pudo crecer y desarrollarse tranquilamente hasta que, pasado un año, fue lo bastante fuerte para vapulear a su padre. Entonces, le venció con sus simples manos (otras tradiciones dicen que le drogó) y le obligó a regurgitar a sus hermanos. Más tarde, liberó a Brontes, Estéropes y Arges (los cíclopes hermanos de los titanes, a los que Cronos había encerrado en el profundo Tártaro junto con Urano por el temor que le inspiraban), y, como muestra de gratitud, los enormes cíclopes le regalaron el trueno, el relámpago y el rayo: unas armas realmente formidables.
Sin embargo, en cuanto se recuperó de la sorpresa, Cronos reunió a sus hermanos y se lanzó contra sus hijos dispuesto a echarlos para siempre del Olimpo. Se avecinaba la mayor de las batallas de todos los tiempos: la titantomaquia.
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Saturno devorando a sus hijos. A la izquierda, la versión de Peter Paul Rubens (1636/37); a la derecha, de Francisco de Goya (1819). Ambas en el Museo del Prado, Madrid. De las dos versiones más famosas del canibalismo de Cronos, me gusta más la de Goya, aunque se aleja del mito al representar a la diosa recién nacida ya crecida (es de suponer que es diosa por que tiene culo de mujer); sin embargo, la mirada de Cronos que pintó Rubens, entre la locura y la determinación, es impresionante.
14. La guerra de los dioses
Durante 10 años los dioses lucharon los unos contra los otros en la mayor batalla que jamás ha sucedido. Por un lado se encontraban Cronos y sus hermanos, los ilustres titanes, asentados en la cima del monte Otris, y por el otro Zeus y sus hermanos, en lo alto del monte Olimpo. Pasados 10 años, la lucha seguía empatada pero Zeus rescató del profundo Tártaro a los Hetancoiros –Coto, Briareo y Giges–, los tres gigantes de cien brazos y cincuenta cabezas que había encerrado Cronos en el Tártaro por el miedo que le inspiraban. Pero, quizá lo más sensato, es que sea el mismo Herodoto quien nos explique lo que sucedió entonces:
« [el gigante Coto le habla a Zeus] …Paladín fuiste para los Inmortales de una cruel contienda y por tu sabiduría regresamos de nuevo saliendo de aquella oscura tiniebla, ¡soberano hijo de Cronos!, después de sufrir desesperantes tormentos entre inexorables cadenas. Por ello, también ahora, con corazón firme y resuelta decisión defenderemos vuestro poder en terrible batalla luchando con los Titanes a través de violentos combates.
»Así habló. Aplaudieron los dioses dadores de bienes al escuchar sus palabras, y su espíritu anhelaba la guerra con más ansia todavía que antes. Provocaron aquel día una lucha terrible todos, hembras y varones, los dioses Titanes y los que nacieron de Cronos y aquellos a los que Zeus, sumergidos en el Érebo bajo la tierra, trajo a la luz, terribles, violentos y dotados de formidable vigor. Cien brazos salían agitadamente de sus hombros, para todos igual, y a cada uno cincuenta cabezas le nacían de los hombros, sobre robustos miembros.
»Aquéllos se enfrentaron a los Titanes en funesta lucha, con enormes rocas en sus robustas manos. Los Titanes, de otra parte, afirmaron sus filas resueltamente. Unos y otros exhibían el poder de sus brazos y de su fuerza. Terriblemente resonó el inmenso ponto y la tierra retumbó con gran estruendo; el vasto cielo gimió estremecido y desde su raíz vibró el elevado Olimpo por el ímpetu de los inmortales. La violenta sacudida de las pisadas llegó hasta el tenebroso Tártaro, así como el sordo ruido de la indescriptible refriega y de los violentos golpes. ¡De tal forma se lanzaban recíprocamente funestos dardos! La voz de unos y otros llamándose llegó hasta el estrellado cielo y aquéllos chocaron entre cánticos de guerra.
»Ya no contenía Zeus su furia, sino que ahora se inundaron al punto de cólera sus entrañas y exhibió toda su fuerza. Al mismo tiempo, desde el cielo y desde el Olimpo, lanzando sin cesar relámpagos, avanzaba sin detenerse; los rayos, junto con el trueno y el relámpago, volaban desde su poderosa mano girando sin parar su sagrada llama.
»Por todos los lados resonaba la tierra portadora de vida envuelta en llamas y crujió con gran estruendo, envuelto el fuego, el inmenso bosque. Hervía la tierra toda y las corrientes del Océano y el estéril ponto. Una ardiente humareda envolvió a los Titanes nacidos del suelo y una inmensa llamarada alcanzó la atmósfera divina. Y cegó sus dos ojos, aunque eran muy fuertes, el centelleante brillo del rayo y del relámpago.
»Un impresionante bochorno se apoderó del abismo y pareció verse ante los ojos y oírse con los oídos algo igual que cuando se acercaron Gea y el vasto Urano desde arriba. Pues tan gran estruendo se levantó cuando, tumbada ella, aquél se precipitó desde las alturas.
»Al mismo tiempo, los vientos expandían con esrépito la conmoción, el polvo, el trueno, el relámpago y el llameante rayo, armas del poderosos Zeus, y llevaban el griterío y el clamor en medio de ambos. Un estrépito impresionante se levantó, de terrible contienda; y saltaba a la vista la violencia de las acciones. Declinó la batalla; pero antes, atacándose mutuamente, luchaban sin cesar a través de violentos combates.
»Entonces aquéllos, Coto, Briareo y Giges insaciable de lucha, en la vanguardia provocaron un violento combate. Trescientas rocas lanzaban sin respiro con sus poderosas manos y cubrieron por completo con estos proyectiles a los Titanes. Los enviaron bajo la anchurosa tierra y los ataron entre inexorables cadenas después de vencerlos con sus brazos…». (655-720).

La derrota de los Titanes
Jordaens (siglo XVI)
15. Tifón
¡Bueno! Menuda trifulca. Por fin, tras diez años de lucha, Zeus arremete contra los Titanes armado con el rayo y el trueno y, por fin, gracias a la ayuda de los gigantes Hetancoiros que no paraban de lanzar enormes rocas consigue vencer a Cronos y sus aliados (entre los que no se encuentran Océano ni los hijos de Japeto). Tras derrotarlos les encierra en lo más profundo del Tártaro custodiados por sus aliados gigantes. Y después de semejante batalla, uno se espera que llegue la calma, pero todavía le faltaba una dura prueba a Zeus para proclamarse rey de los dioses pues la vieja Gea tramaba su perdición.
Unida con el tenebroso Tártaro engendró al más joven y bestial de todos sus hijos: Tifón, un monstruo enorme, con 100 cabezas de serpiente sobre los hombros. Cada una de las cabezas expulsaba ardientes llamaradas de fuego y en los brazos tenía una fuerza descomunal. Tras la derrota de los Titanes, esta mala bestia se lanzó a por Zeus haciendo temblar a su paso el cielo, la tierra y hasta el Tártaro. Pero Zeus no se acobardó y tras recoger sus poderosas armas –el trueno, el rayo y el relámpago– se dirigió contra Tifón para hacerle frente.
El fuego de uno y de otro los envolvió en terrible batalla, hasta que Zeus consiguió arrinconar a Tifón golpeándolo con sus rayos y pudo arrojarle desde lo alto de un barranco. Cuando cayó al suelo, fundió la tierra y Zeus lo sumergió al profundo Tártaro. Para mayor seguridad, encima suyo colocó una montaña, el Etna, en cuya cima se encuentra la fragua de Hefesto, alimentada por el fuego de Tifón. Ahora sí podía declararse el rey absoluto de los dioses.
16. Los hijos de Japeto
Antes de que naciera Zeus, el Titán Japeto se había unido con una Océanide de nombre Clímene y juntos habían tenido 4 hijos de triste destino: Atlas, Menetio, Epimeteo y Prometeo.
Atlas se enfrentó a Zeus durante la titantomaquia y fue castigado a soportar sobre sus hombros la bóveda celeste. Además, para mayor infortunio, Perseo lo transformó en piedra utilizando la cabeza que le acababa de cortar a Medusa, un monstruo cuya mirada transformaba en piedra. Menetio también fue castigado por Zeus a causa de su orgullo y brutalidad y terminó encerrado en el Tártaro. Epimeteo, el torpe, fue utilizado por Zeus para castigar a los hombres y recibió por mujer a Pandora. Y Prometeo… bueno, quizá sea interesante que conozcamos a este extraordinario Titán con más detalle.

Atlas y Prometeo
Kylix (Laconia). Siglo VI a.C. Museos Vaticanos
17. Prometeo
Al igual que Hesíodo, nos detendremos un momento en este recorrido familiar para conocer las aventuras del sin par Prometeo. Este astuto dios amaba a los humanos pero los favores que nos hizo a los mortales le iban a costar muy caro. Su primera afrenta a los dioses ocurrió una vez que se estaba decidiendo qué parte del buey sacrificado le tocaba a los dioses y cuál a los humanos. El hijo de Japeto, todo tretas y argucias, ocultó las partes más sabrosas del buey –la carne y las vísceras– entre la piel sucia del animal y luego preparó otro montón con los huesos untados de grasa para que resplandecieran. Zeus cayó en la trampa y escogió el montón de los huesos, por lo que a los mortales nos tocó quedarnos con las partes más suculentas. Y precisamente de este suceso provenía la costumbre griega de quemar en honor a los dioses los huesos de los bueyes sacrificados. Eso sí, a cambio de nuestra suerte en el reparto, al pobre Prometeo le tocó soportar el primer enfado de Zeus, un dios con el que desde luego no conviene enfrentarse.
Aún así, Prometeo volvió a engañar al crónida pues desafió su orden de que el fuego estuviera prohibido a los mortales y se lo entregó a la humanidad. Esta vez sí que Zeus se enfadó de verdad y planeó una cruel venganza. Le pidió a Hefesto que modelase una doncella hermosísima y Atenea la vistió con un insinuante velo blanco, coronas de embriagantes flores y una diadema de oro tallada por Hefesto. Luego, Zeus cogió a aquella criatura exquisita, de nombre Pandora, y se la entregó a Epimeteo, el torpe hermano de Prometeo. Al aceptar el regalo, Epimeteo cometió un error terrible, según Hesíodo, pues Pandora era una mujer y, desde entonces, las mujeres conviven con los hombres dilapidando sus esfuerzos y volviéndolos locos de amor.
No debemos ser muy duros juzgando esta estupidez que dice Hesíodo. En general, los griegos eran bastante machistas. Salvo excepciones, como Aspasia, la mujer del gran estadista Pericles, o la poetisa Safo, las mujeres apenas disfrutaban de ningún derecho o consideración en la antigua Grecia. A diferencia de las mujeres romanas, las griegas apenas tenían voz en la vida pública. Su trabajo era cuidar de la casa y parir hijos, varones a ser posible, y solo las prostitutas y las sacerdotisas gozaban de cierta libertad. Como ejemplo, podemos pensar en la pobre Penélope, mujer de Odiseo, que se pasó los mejores años de su existencia cosiendo y alimentando a unos bestias mientras su marido se divertía guerreando por el Mediterráneo. En este horroroso contexto, resulta comprensible que Hesíodo las considerase fuente de todo mal y un terrible castigo para los hombres.
Por otra parte, me llama mucho la atención que Hesíodo, al que supongo inteligente, no se diera cuenta de los problemas de continuidad que provocaba esta tardía aparición de Pandora. ¿Cómo se reproducían los mortales hasta ese momento? ¿Por partenogénesis? De hecho, no concuerda con su mito de las edades (vd infra), ya que las fatigas llegaron a la estirpe de los hombres de hierro por su propia degeneración y tras haber pasado por cuatro estirpes que contaban con mujeres. En otras tradiciones, sin embargo, todo resulta mucho más coherente al atribuir a Prometeo la creación de la humanidad. Así, resulta más razonable, pues apenas habría pasado tiempo entre la aparición de los primeros hombres y la llegada de Pandora.
En cualquier caso, sí sabemos una cosa con certeza: Zeus estaba muy, pero que muy, enfadado y decidió castigar a Prometeo al estilo griego, condenándole a un suplicio para toda la eternidad. Así, ordenó que le encadenasen en lo más alto del Cáucaso, donde todas las mañanas llegaba un águila para devorarle poco a poco el hígado, que se regeneraba durante la noche. Por fortuna, un día pasó por allí Heracles y liberó al buen Prometeo, claro está, con el consentimiento de Zeus.
Vamos a abandonar durante un momento a Hesíodo para ver cómo consiguió la inmortalidad Prometeo. El centauro Quirón sufría unos dolores espantosos a causa de una flecha envenenada que por error le había clavado Heracles. Tan fuerte era el dolor que solo quería morir para descansar en paz, pero como era inmortal su destino era sufrir una terrible agonía durante toda la eternidad. Sin embargo, Prometeo se apiadó de él y le cambió su facultad de morir por su inmortalidad. Zeus permitió este trueque, entre otras razones, por que se había reconciliado con Prometeo cuando éste, que tenía capacidades proféticas, le advirtió sobre quién podría destronarle en un futuro. Según Prometeo, si Zeus se hubiera acostado con la nereida Tetis, el hijo de ambos le habría expulsado del Olimpo, por lo que se mantuvo bien alejado de la hermosa diosa, la cual terminó por unirse con el héroe Peleo y dio a luz al colosal Aquiles.

Prometeo
Gustave Moreau (1868)
18. Pandora
En Los trabajos y los días, Hesíodo nos cuenta cómo Epimeteo guardaba una jarra que contenía todos los males del mundo. Hasta la llegada de Pandora, los hombres vivían felices, no necesitaban trabajar para alimentarse ni conocían las enfermedades. Pero Pandora, curiosa ella, abrió la tapa de la jarra y los males escaparon para desdicha de los mortales, que desde entonces padecen todo tipo de penurias. Por suerte, Pandora consiguió cerrar la jarra antes de que escapara la esperanza, gracias a la cual los humanos pueden soportar tanto mal y sufrimiento.
El mito de Pandora es muy interesante y seguro que te recuerda a la Eva de la tradición cristiana. En los dos casos, el trabajo y la enfermedad llegan por culpa de una mujer incapaz de resistir una tentación (la curiosidad).

Pandora
William Waterhouse. (1896).
Colección privada
19. Prometeo encadenado
Ya que estamos con Prometeo, podemos aprovechar para hablar de teatro, pues al gran benefactor de la humanidad le dedicó Esquilo una de sus tragedias: Prometeo encadenado, una joya de la literatura universal.
Como sabes, fueron los griegos quienes descubrieron el teatro tal y como lo entendemos en Occidente (aunque en otros lugares se realizaran representaciones ritualizadas). Su paternidad se le atribuye a un tal Tespis que colaborador del tirano ateniense Pisístrato. Hacia el año 546 a.C., Pisístrato se hizo con el poder en Atenas. Tras su caída y la de sus hijos, los atenienses comenzaron a gobernarse en democracia, pero por entonces ostentaba el poder absoluto. Como buen tirano, a Pisístrato se le ocurrió que durante las grandes fiestas públicas de la ciudad se podían celebrar eventos que le gustasen al pueblo y, junto con Tespis, organizó concursos trágicos. La idea era que un grupo de danzarines y “actores” representasen algunos mitos de particular relevancia. Quien tuviera el talento suficiente podía presentar una propuesta para ser representada y uno de aquellos primeros dramaturgos fue Esquilo, que escribió a lo largo de su vida unas 80 tragedias, de las que han perdurado siete.
En su Prometeo encadenado, Esquilo nos describe cómo Prometeo es llevado por Fuerza, Violencia y Hefesto a la cima del monte donde permanecerá encadenado por haber sido compasivo con los humanos. Allí, Prometeo desafía a Zeus, que aparece retratado como un injusto y despótico dios ya que, entre otros favores, Prometeo le fue de gran ayuda en su lucha contra los titanes. De todas maneras, aunque sabe que se avecinan tiempos de dolor y humillación, está tranquilo pues, gracias a sus habilidades premonitorias, está seguro de que al final será liberado y tan solo le preocupa el que sus enemigos le vean en situación tan desfavorecida.
En un momento dado, Prometeo enumera los bienes que nos proporcionó a los humanos y la verdad es que no son pocos:
«Pero oídme las penas que había entre los hombres y cómo a ellos, que anteriormente no estaban provistos de entendimiento, los transformé en seres dotados de inteligencia y señores de sus afectos.
»Hablaré, aunque no tenga reproche alguno que hacer a los hombres. Solo pretendo explicar la benevolencia que había en lo que les di.
»En un principio, aunque tenían visión, nada veían, y, a pesar de que oían, no oían nada, sino que, igual que los fantasmas de un sueño, durante su vida dilatada, todo lo iban amasando al azar.
»No conocían las casas de adobes cocidos al sol, ni tampoco el trabajo de la madera, sino que habitaban bajo la tierra, como las ágiles hormigas, en el fondo de grutas sin sol.
»No tenían ninguna señal para saber que era el invierno, ni de la florida primavera, ni para poner el seguro los frutos del fértil estío. Todo lo hacían sin conocimiento, hasta que yo les enseñé los ortos y ocasos de las estrellas, cosa difícil de conocer. También el número, destacada invención, descubrí para ellos, y la unión de las letras en la escritura, donde se encierra la memoria de todo, artesana que es madre de las Musas. Uncí el primero en el yugo a las bestias que se someten a la collera y a las personas, con el fin de que substituyeran a los mortales en los trabajos más fatigosos y enganché al carro el caballo obediente a la brida, lujoso ornato de la opulencia. Y los carros de los navegantes que, dotados con alas de lino, surcan errantes el mar, ningún otro que yo los inventó.
»Y después de haber inventado tales artificios –¡desdichado de mí!– para los mortales, personalmente no tengo invención con la que me libre del presente tormento…
»Más te extrañarás si oyes lo que falta: qué artes y recursos imaginé. Lo principal: si uno caía enfermo, no tenía ninguna defensa, alguna cosa que pudiera comer, untarse o beber, sino que por falta de medicina, se iban extenuando, hasta que yo les mostré las mixturas de los remedios curativos con los que ahuyentan toda dolencia. Clasifiqué las muchas formas de adivinación y fui el primero en discernir la parte de cada sueño que ha de ocurrir en la realidad…
»Bajo la tierra hay metales útiles que estaban ocultos para los hombres: el cobre, el hierro, la plata y el oro. ¿Quién podría decir que los descubrió antes que yo? Nadie –bien lo sé–, a menos que quiera decir falsedades.
»En resumen, apréndelo todo en breves palabras: los mortales han recibido todas las artes de Prometeo».
(450-506. Esquilo. Biblioteca Básica Gredos. Madrid, 2000. Excelente traducción de Bernardo Perea Morales)
Bueno, la verdad es que sí hay buenos motivos para estarle agradecido a Prometeo, quien nos dio la agricultura, la ganadería, las casas, la metalurgia, la adivinación, la escritura y cuanto desarrollo distingue a una sociedad civilizada de los bárbaros. Lo curioso es que esto le costara tan caro. ¿Por qué Zeus le castiga con tanta saña? ¿Acaso teme que los mortales se equiparen a los dioses? ¿Cómo es que el rey de los dioses es tan cruel y egoísta?
20. Las edades del ser humano
ya que nos hemos alejado un poco de la Teogonía de Hesíodo, vamos a aprovechar para consultar su otra gran obra, Los trabajos y los días, donde nos explica el origen de la humanidad.
Según Hesíodo, durante el mandato de Cronos ya existía una raza de hombres mortales, una estirpe de oro que habitaba con los dioses en las mansiones olímpicas. Estas criaturas de voz articulada vivían felices, carecían de preocupaciones, desconocían qué era la fatiga, la miseria y la enfermedad. Jamás envejecían y cuando morían entraban en un plácido sueño. Sin embargo, por razones oscuras, esta estirpe se extinguió; o, mejor dicho, cuando estaban a punto de desaparecer, Zeus los convirtió en unas divinidades menores que cuidan de los mortales (una especie de ángeles de la guarda, para aclararnos).
Entonces los dioses crearon una segunda estirpe de humanos. Eran de plata y carecían del talento de sus predecesores, aunque no estaban del todo mal. Su crecimiento era muy curioso: durante los primeros 100 años de vida eran niños y vivían con sus madres. Pero en cuanto llegaban a la juventud morían al poco tiempo pues eran muy violentos y se peleaban por cualquier nimiedad. Esta estirpe de plata, además, adolecía de un defecto imperdonable a los dioses: ni les rendían culto ni les preparaban sacrificios. Ante semejante desfachatez, Zeus se enfadó con ellos y los sepultó bajo tierra.
Fracasado este ensayo, Zeus lo volvió a intentar por tercera vez y creó una estirpe de bronce. Estos mortales, nacidos de los fresnos, fueron otro fiasco terrible. Tan solo estaban interesados en la guerra, ni siquiera comían pan, y no tardaron en matarse entre ellos con sus poderosas lanzas de bronce.
Aún así, Zeus no se desanimó, pues para eso es el dios más poderoso de todo el Olimpo, y creó una cuarta raza de mortales: la estirpe divina de los héroes que se llaman semidioses. Estos hombres eran más justos y virtuosos que sus metálicos predecesores, pero también tenían cierta querencia hacia la guerra que no tardó en diezmarlos (de la cantidad de muertos en batalla, baste con pensar en la guerra de Troya protagonizada por esta estirpe). Sin embargo, Zeus no quería que desapareciese tan digna raza y envió a los pocos que quedaban con vida a las Islas de los Afortunados, donde viven muy felices, al parecer, bajo el gobierno de Cronos (y la reaparición aquí de este dios resulta muy interesante).
Por último, apareció la estirpe de los hombres de hierro, la actual humanidad, que son un poco desastre. Se pasan la vida entre fatigas
Rayave, del Círculo Románico, me da a conocer esta hermosa rueda de la Fortuna, en Zeno, Verona. (+ fotos)

[Publicado por primera vez en El Jardín de los Dioses en marzo de 2008]
Amor López Jimeno ha preparado una edición muy interesante, en Akal/Clásica, sobre textos griegos de maleficio (Madrid, 2001).
Como nos explica Amor López, además de referencias en Platón y otros autores a magos de diversa naturaleza, se han encontrado documentos que prueban directamente la práctica de magia negra en la antigua Grecia. Son unas tablillas, casi siempre en bronce, en las que se escribían maldiciones o conjuros amatorios.
Al parecer, se escogía el plomo por su tacto frío, su color grisáceo y su pesadez, como se puede inferir por ejemplo de esta maldición:
(DTA 67) El Pireo, siglo III a.C.
«[...] Así como estas palabras están frías y al revés, así se vuelvan frías y al revés las palabras de Crates y de los delatores que están con aquéllos [...]»
Como toda magia simpática, se espera proyectar las cualidades del objeto contra el sujeto. Es decir, se pretende convertirlo en plomo (supongo que por su color negro es fácil asociarlo a la putrefacción). Aunque sospecho que también influiría la naturaleza tóxica de este material pues si se tiene un contacto prolongado con el plomo se acumula en el cuerpo y puede dar lugar a todo tipo de molestias graves.
El caso es que estas maldiciones se escribían sobre todo en tablillas de bronce rectangulares, que luego se dejaban cerca algún difunto, a ser posible de muerte prematura (joven) o violenta, en corrientes de agua o pozos inutilizados, o en las proximidades de algún templo dedicado a una divinidad ctónica (de la tierra, el inframundo, como Gea, Hécate, Perséfone, Plutón, Tifón y, sobre todo Hermes Retenedor). De esta manera, se esperaba que el alma del difunto cooperase en la maldición obligada por el conjuro.
En muchas tablillas, la maldición es contra la lengua del maldecido, lo cual no es de extrañar si pensamos que en una sociedad como la griega, donde el chismorreo y la tertulia eran el principal canal de información, ser objeto de habladurías debía de resultar bastante molesto.
(DTA 96). El Pireo, siglo III a.C. Hallada en una tumba
«A Mición yo lo cogí y le até con un conjuro la lengua y el alma y las manos y los pies, y si va a pronunciar alguna palabra maligna sobre Filón, que su lengua se convierta en plomo. Pínchale además la lengua, y que sus bienes, ya sean los que posee ya sólo los que maneje, se le vuelvan vanos, se le echen a perder y le desaparezcan. MICIÓN».
Muchas maldiciones áticas van dirigidas contra abogados o personas con las que tienen algún tipo de conflicto legal.
(DTA 94). Patisia, siglo III a.C.
«Señor Retenedor, ato con un conjuro a Diocles, porque es mi oponente, la lengua y las entrañas y a todos los ayudantes de Diocles, y su discurso y sus testimonios y todas y cada una de las reclamaciones legales que esté preparando contra mí. Retenlo.
»Que Diocles no gane ninguno de los procesos que está preparando contra mí. Que los ayudantes de Diocles y el propio Diocles sean inferiores a mí ante todo el tribunal y que Diocles no alcance justicia alguna».
Pero otras muchas también van contra mujeres que trabajan en tabernas y burdeles, que en su mayoría parece que estaban regentados por las propias mujeres.
(DTA 68). El Pireo, siglo III a.C.
«[...] Dífila, manos y pies y lengua y pies y burdel y todas las cosas del burdel. Posis, manos y pies y lengua y el burdel y todas las cosas del burdel [...]»
Además del texto de la tablilla, se debían realizar diversos rituales, pero parece que lo más importante era lo del nudo. Las maldiciones “atan” una y otra vez al maldecido con un elemento del reino de los muertos, ya sea un dios ctónico, un difunto prematuro o el propio plomo (frío e inanimado), como podemos leer en la siguiente maldición encontrada enrollada dentro de un cilindro.
(DTA 105). Ática, siglo III a.C.
«Hermes subterráneo, que Pitóteles quede atado mágicamente a Hermes subterráneo y a Hécate subterránea, su lengua y sus palabras y sus obras [...]»
O en esta otra de un señor que debía de tener un mal carácter de cuidado:
(DT 50). Atenas, siglo IV a.C.
«Hermes Retenedor y Perséfone, retened el cuerpo y el alma y lengua y pies y obras y decisiones de Mirrina, la mujer de Hagnóteo de El Pireo hasta que descienda al Hades consumida.
»Hermes Retenedor y Perséfone, retened el alma y cuerpo y pies y manos y obras y decisiones y lengua de Partenio y de Apolonio, los hijos de Hagnóteo.
»Hermes Retenedor y Perséfone, retened el alma y cuerpo y pies y manos y obras y decisiones y lengua de Euxeno, el pariente de Mirrina, hasta que descienda al Hades.
»Hermes Retenedor y Perséfone, retened las obras y almas y lengua y decisiones de Hagnóteo y de Mirrina y de Partenio y de Apolonio y de todos los parientes de Hagnóteo, tanto presentes como antepasados.
»Y no ceséis hasta que desciendan al Hades».
Resulta curioso que en los textos áticos más tardíos uno de los dioses más invocados, junto a Hécate triforme, patrona de la magia oscura, sea el mismísimo Tifón.
(SGD 23). Atenas, siglo III
«Babarphorbarbabor (...) borfabaie, poderoso Tifón, te entrego a Eros, al que parió Isigenia, para que lo trastornes, a él y su mente, y (lo trastornes) en tu oscura atmósfera, y a los que están con él, para que los encadenes a la iniluminada eternidad del olvido, lo congeles, y destruyas todas las cosas que vaya a hacer; para que lo congeles y no permitas lo que va a hacer. Pero si Eros se empeña en lo que va a hacer, Morzoune Alchine Perperzarona Iayaye, te entrego a Eros, al que parió Isigenia, poderoso Tifón [...]»
En resumen, un libro muy curioso que nos permite entender un poco mejor la concepción griega del mundo de los muertos.
Se puede encontrar más información en un interesante artículo de Ana María Vázquez Hoyos (a la que le estoy muy agradecido por el trabajo que realiza de divulgación on line):
Aspectos mágicos de la antigüedad III. La magia en las tabellae defixionum hispanas

Tablilla de plomo
Una de las cartas del Renacimiento más extrañas que conozco forma parte del llamado Tarot de Alesandro Sforza, diseñado en algún momento de la segunda mitad del siglo XV. De esta baraja, que se conserva en el castillo de Ursino, en Catania, nos han llegado 19 cartas, de las que tres son triunfos. Estos son:
El tiempo
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El carro
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El mundo
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|
Sin embargo, el cuarto triunfo, que en algún lado he leído que se identifica con la templanza, es realmente extraño: una mujer encima de un alce que está haciendo algo ininteligible con las manos.
Es curiosa la carta, ¿no?
Sigo trayendo cosas que tengo desperdigadas por Internet, a ver si poco a poco consigo reunir en este blog todo lo que tengo por ahí... Bueno, esto es un artículo sobre Drácula. Puedes leerlo aquí, con este diseño, o en su formato original. No tengo ni papa de cuándo lo escribí, pero sospecho que debió de ser hacia 2006.
DRÁCULA
1. Un malo de leyenda
En 1897, el irlandés Bram Stoker publicó su novela Drácula, en la que narraba las peripecias de un agente inmobiliario de Londres, Jonathan Harker, que marchaba hasta la recóndita Transilvania, en Rumania, para entrevistar a un posible comprador: el conde Drácula. Este misterioso personaje decía que quería adquirir una casa en Londres y parecía muy educado, pero en realidad era un vampiro, un no muerto que se alimentaba de la sangre de los vivos. El conde tenía bajo su mando a tres hermosas mujeres, vampiros también, a las que ordena que mantengan encerrado al agente inmobiliario mientras él va hasta la ciudad de la niebla. Allí vampiriza a Lucy Westenra, una amiga de la mujer de Harker, Mina Harker, quien casi cae también en sus garras.
Por fortuna, Jonathan consigue escapar del castillo de Drácula y regresa a Londres justo a tiempo. Allí forma equipo con van Helsing, un experto en combatir vampiros. Juntos vencen al conde y lo persiguen hasta su Transilvania natal, donde por fin consiguen terminar con él de una vez por todas.
La novela de Stoker, que al parecer está inspirada en la obra de los hermanos Marie y Henri Nicet, entre otros, así como en la historia y folclore rumanos, no tardó en alcanzar un gran éxito y, desde entonces, el príncipe de las tinieblas ha protagonizado un sinfín de novelas y películas.

Arriba, el Drácula de Browning, abajo el de Murnay
Fue el director de cine Murnau quien rodó, en 1921, la primera gran versión del príncipe de las tinieblas. Su vampiro se llamaba Nosferatu y presentaba un aspecto espantoso: todo ojos, calvo, con unas uñas repulsivas. Poco después, en 1931, Tod Browning realizó otra película con la que consolidó definitivamente la imagen de Drácula, gracias al talento de Bela Lugosi, como la de un apuesto conde de modales exquisitos, salvo a la hora de comer, claro.
2. Muero porque no muero
Stoker encontró en Rumania los dos ingredientes necesarios para su novela. Por un lado, el terrible Vlad Drácula III el Empalador, un sanguinario príncipe valaco que vivió a lo largo del siglo XV y, por otro, la creencia popular en los vampiros.
Los vampiros, no muertos que incordian o asesinan a los vivos, formaron parte del folclore rumano desde tiempo inmemorial. Sobre todo los campesinos pensaban que toda gran desgracia era resultado de un muerto que no había terminado de morir, ya sea por haber sido excomulgado, por no haber recibido cristiana sepultura, por haber bebido agua ensuciada con baba del diablo, y todo tipo de accidentes similares.
Para matarlos definitivamente se necesitaba el trabajo de un pope, que es como se denominan a los curas de la iglesia ortodoxa, el cual debía depositar un frasco con aceite bendecido en la tumba del vampiro. A falta de un eclesiástico, también se podía recurrir a otros métodos tradicionales como arrancarle el corazón al no muerto, decapitarlo, clavarlo bocabajo en el ataúd o, sencillamente, incinerándole.
3. Vecinos peligrosos
En el siglo XV, la Europa colindante con el mar Negro era un avispero regado en sangre. Al sur se encontraban los turcos otomanos, que acababan de conquistar Constantinopla (1453), el último reducto del otrora poderoso imperio bizantino. En pleno apogeo, los turcos buscaban ahora la manera de alcanzar la capital de media Europa: Viena. Al este tenemos el recién nacido principado de Moscú, que a pasos de gigante está construyendo el que será uno de los mayores imperios de todos los tiempos: Rusia. Por el norte se extiende el reino de Polonia, que en cuanto consigue un segundo de respiro trata, en vano, de afianzar su influencia en el principado de Moldavia. Al oeste se sitúa el poderoso reino de Hungría, última muralla frente a los turcos, que a duras penas consigue mantener bajo su control los principados de Transilvania y Valaquia.

4. Valaquia
En medio de estas tensiones nació Vlad Drácula III hacia el año 1448. Vlad era el segundo hijo del príncipe (voivoda) de Valaquia, Vlad Dracul, y quizá de una noble moldava que se llamaba Marina. Por entontes, Valaquia era un territorio agreste, montañoso, de abundantes y tupidos bosques, que estaba pasando por cierto florecimiento económico gracias a sus recursos naturales (oro, plata, sal, madera) y, sobre todo, a su posición estratégica en la ruta comercial del Danubio. Toda mercancía que se transportase de la Europa cristina al imperio otomano por esta concurrida vía fluvial pasaba por Valaquia y eso significa impuestos, almacenes, mercados, etcétera.
El territorio estaba salpicado de pequeñas aldeas y unas pocas ciudades importantes, entre las que destacaban Bucarest, Târgoviste, Balsea, Bràlia y la fortaleza de Giurgiu.

5. Ambiciones insensatas
Quintaesencia del feudalismo, en el principado se entretejían juramentos de fidelidad para formar una pirámide en cuya cúspide se encontraban unos pocos señores nobles, los cuales elegían un príncipe vitalicio de entre ellos. A su vez, este príncipe le debía obediencia, por lo menos en teoría, al rey de Hungría.
Se calcula que en Valaquia vivían entre 300.000 y medio millón de habitantes. La mayor parte se dedicaba a la agricultura y la ganadería, aunque también había comerciantes, artesanos, eclesiásticos y, claro está, guerreros, tanto mercenarios como nobles sin mayor preocupación que luchar a diestro y siniestro.
Señor de todos, al voivoda no le esperaba una vida fácil. Una vez nombrado príncipe, lo primero que debía de hacer era lidiar con el sinfín de inquietos aspirantes a voivoda que, seguro, aprovecharían la menor señal de debilidad para alzarse en armas y provocar una guerra civil. Para ello, el príncipe entrante adoptaba una solución sencilla pero eficaz: asesinaba a cuanta persona pudiera optar al trono merced a su linaje, y esta cosecha incluía desde recién nacidos a ancianos seniles, desde los tíos más lejanos a los propios hermanos. De todas maneras, algunos príncipes menos sanguinarios seguían una estrategia más amable y se limitaban a rebanar la nariz de los aspirantes, pues, por ley, la integridad física del voivoda entrante debía de ser inmaculada.
Exterminada la parentela, al príncipe le aguardaba un tormentoso reinado marcado por los apetitos de sus poderosos vecinos, que no veían el momento de conquistar, o cuanto menos saquear, la región. Dado que Valaquia poca defensa podía presentar contra húngaros y otomanos, la única solución era pagar onerosos tributos y realizar un intenso esfuerzo diplomático: debían aportar ayuda militar a los húngaros en su guerra contra los otomanos, a la par que entregaban una montonera de oro y plata a los turcos para que se limitasen a saquear las ciudades colindantes al Danubio en vez de conquistar el principado. Desde luego, no era un destino envidiable, raro era el príncipe que se mantenía en el poder más de diez años, sin embargo nunca faltaban nobles dispuestos a todo con tal de gobernar la maltrecha Valaquia. Uno de ellos fue Vlad III, el Empalador.

Símbolo de la orden del dragón.
El apellido Dracul, que significa algo así como “hijo del Diablo”, lo debió de recibir algún antepasado de Vlad por su fuerte carácter, ya que así se denominaban a las personas fieras e indómitas. Otra teoría es que el apellido podría provenir de la adscripción del primer Vlad a la Orden del Dragón, la Societas Draconis, que había sido fundada en 1418 por Segismundo de Luxemburgo (rey de Hungría y emperador del sacro imperio germano).
6. El joven Vlad
Vlad nació hacia 1430 y pasó los primeros 5 años de su vida en una ciudad de Transilvania, donde su padre se había refugiado del voivoda de Valaquia, ya que por linaje podía aspirar al principado y, como hemos visto, ese honor solía terminar en la tumba si uno no contaba con un buen ejército a sus espaldas. De hecho, en cuanto pudo, en 1436, el padre de Vlad se convirtió en príncipe de Valaquia.

El linaje de Drácula
El joven Vlad pasó entonces los años más tranquilos de su existencia. Pero en 1444 se terminaron sus plácidos días de juventud. Ese año fue enviado junto con su hermano pequeño, Ragu, a la corte del sultán otomano en calidad de rehén. Se desconoce cómo fue la vida de Vlad entre los turcos, pero es seguro que esa época le sirvió para conocer en profundidad a sus futuros enemigos.
Tres años después, en 1447, el rey de Hungría y gobernador de Transilvania, Juan Hunyadi mandó matar a Vlad Dracul padre y a su primogénito, el belicoso Mircea. Drácula intentó entonces que le nombrasen voivoda pero fue derrotado por Vladislav II, que contaba con el apoyo del rey de los húngaros, y tuvo que exiliarse en Moldavia. Allí esperó su oportunidad, labrando alianzas y fidelidades, hasta que en 1456 la muerte de Juan Hunyadi le abrió las puertas del principado.
Nada más enterarse de su muerte, reunió a sus hombres y marchó a todo galope contra Vladislav II, que fue traicionado y asesinado por sus hombres, temerosos del furioso exiliado que venía de Moldavia. Empezaba así su corto principado, que estuvo marcado por el terror indiscriminado con que sojuzgó a la población.

Retrato de Drácula (el único, conservado hasta hoy, que le hicieron en vida).
Niccolò de Modrussa, un enviado del papa Pío II a la coronación de Vlad, describía a su vuelta el aspecto del nuevo príncipe:
«No era muy alto, pero sí muy fuerte y robusto, de aspecto cruel y feroz, La nariz grande y aquilina, la piel suave y rosada. Sus largas pestañas se abrían en dos ojos verdes muy abiertos, lo que, unido a sus espesas cejas negras, le confería un aspecto amenazador. Estaba completamente afeitado menos el bigote. Era de frente amplia y despejada, y de largos cabellos, negros y rizados».
7. El empalador
El cronista ateniense Laonico Calcondilla, que vivía por entonces en la corte del sultán otomano Mehmed II, describió los primeros años de su letal reinado:
«Cuando Vlad alcanzó el poder, lo primero que hizo fue reclutar un cuerpo de guardia con el que compartía su existencia. Después, mandó llamar uno a uno a todos los notables del país que habían participado en las luchas dinásticas y, cuando llegaban a la corte, les mandaba empalar junto a sus mujeres e hijos. De hecho, se dice que para consolidar su autoridad mató en poco tiempo a 20.000 personas entre hombres, mujeres y niños. A su guardia personal le regalaba los bienes de sus víctimas».
Efectivamente, parece ser que, en cuanto subió al trono, Drácula se quitó de en medio a todo posible rival. El asunto de los nobles díscolos lo termino de solucionar durante la pascua de 1459. Los invitó a celebrar la fiesta religiosa en su palacio de Târgoviste. Durante el banquete preguntó a los cuarenta o cincuenta nobles que había allí reunidos si alguien recordaba cuántos príncipes había tenido Valaquia. Uno dijo que cincuenta, otro que siete, uno más que treinta.
–En cualquier caso –respondió Drácula– son demasiados. ¿Y sabéis por qué han sido tantos?
–No, mi señor –respondieron los nobles cada vez más preocupados.
–Pues por culpa de vuestras vergonzosas disputas.
Y, dicho esto, mandó que los empalasen y matasen a sus familias.
La obsesión de Drácula por matar también a la parentela de sus víctimas nos la explica otro documento de la época, el Von ainem wutrich der hies Trakle waida von der Walachei, un panfleto escrito por el juglar alemán Michel Beheim en 1463 por petición del rey de Hungría (interesado en desprestigiar al díscolo príncipe valaco). Un fraile que se llamaba Hans y trabajaba en el convento de Gornig Grad le preguntó al príncipe por qué mataba también a las mujeres y los niños que no le habían hecho mal alguno. Drácula se retorció los largos bigotes y respondió:
–Cuando uno quiere limpiar el campo, debe cortar no solo las ramas que ya han crecido sino también las raíces. De otra manera, al año deberá encargarse de las ramas que han vuelto a crecer.
Y, explicada su política de tala y prevención, se encargó él mismo de empalar al pobre fraile, boca abajo, enfrente del convento.
En el poema de Beheim también se describe cómo quedó la corte tras las purgas:
«Aquel que era capaz de inventar los peores crímenes se convertía en el consejero íntimo de Vlad, que gobernaba rodeado de los peores cretinos que se pudieran encontrar sobre la faz de la tierra. Los tenía en gran estima vinieran de donde vinieran: de Hungría o de Serbia, de entre los turcos o de entre los tártaros, todos eran bien aceptados. Las costumbres de la corte eran salvajes, se despilfarraba por doquier, su gobierno era espantoso, la crueldad estaba de moda. Y sus siervos eran igual de traicioneros, hipócritas y mentirosos, de manera que nadie se podía fiar de nadie».
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Drácula desayunando mientras contempla sus víctimas (códice alemán de 1499) |
El empalamiento era una forma de ajusticiamiento bastante terrible. Con cuidado se introducía un palo por el recto o la vagina de la víctima y, sin dañar los órganos vitales, se le sacaba por el hombro o la boca. Así inmovilizadas, las víctimas quedaban clavadas en el palo hasta que morían en medio de grandes dolores un par de días después, ya fuera por las heridas, de sed o picoteadas por los pájaros, que sentían especial predilección por los ojos del desgraciado.
Cuenta la leyenda que los valacos, cansados de los salteadores de caminos y los maleantes que asolaban el país, fueron a quejarse a Drácula. El príncipe decidió adoptar entonces una política social infalible para terminar con la pobreza. Un destacamento de soldados fue de lugar en lugar invitando a grandes festines a los más desfavorecidos. Cuando iban a empezar el banquete se les preguntaba si no estaban cansados de pasar tantas penalidades. En cuanto respondían que sí, los asesinaban.
Tampoco los zíngaros se libraron del maníaco homicida. Drácula capturo a algunos y los quemó vivos. Luego preguntó a los demás si preferían seguir el mismo destino que sus compañeros o alistarse en su lucha contra el ejército turco. Claro está, prefirieron morir en guerra que en la hoguera.
8. Dan III y la ciudad de Brasov
Sin embargo, Drácula no consiguió asesinar a todos sus posibles rivales y, en 1460, un noble llamado Dan, que gozaba del apoyo de los paisanos de la ciudad de Brasov, consiguió reunir un ejército con el fin de deponer al sádico príncipe. La batalla final se produjo el 22 de abril y se saldó con la derrota total de Dan. Tan solo sobrevivieron 7 de sus hombres. Dan fue apresado, le obligaron a cavar su tumba y, tras hacerle rezar su propia oración fúnebre, lo decapitaron.
En Brasov, la ciudad que había prestado ayuda al rebelde, los ciudadanos esperaban aterrorizados el castigo del príncipe. ¿Acaso por una vez se mostraría misericordioso? Beheim nos cuenta lo que pasó:
«El rey de Hungría envió 55 embajadores a Valaquia [para contener la ira de Drácula]. El príncipe mandó levantar palos delante de los sitios donde dormían y los embajadores, pensando que iban a ser empalados, se asustaron muchísimo. Así dejó pasar un tiempo, para que de puro terror no le traicionasen, y luego salió con todo su ejército hacia Buerzenland (la región de Brasov). Llegó por la mañana y arrasó aldeas, castillos y ciudades. Destruyó todo lo que encontró. Luego mandó llevar a todos los prisioneros cerca de la capilla de San Jacobo –hombres, mujeres, niños, jóvenes y viejos– y ordenó que los empalasen. El espectáculo le divirtió muchísimo y le abrió el apetito, por lo que decidió organizar allí mismo un banquete».
Pero, aunque gracias al terror Drácula conseguía mantenerse en el poder, las relaciones con sus vecinos húngaros y otomanos iban cada vez peor. El ejército turco parecía imparable: en 1460 habían conquistado ya Serbia y dos años después, Bosnia. El sultán, Mehmed II, no veía el momento de anexionarse el pequeño principado. Solo los abundantes tributos que recibía anualmente y el desgaste de la guerra con los húngaros le impedían lanzarse a la conquista. Y, aún así, de cuando en cuando enviaba una expedición de saqueo por todas las ciudades del Danubio.
9. El gran turco
De hecho, tan seguro se sentía el sultán que decidió aumentar el tributo anual. A los 10.000 ducados de oro habituales, habría que sumar 500 hombres jóvenes para formarlos como jenízaros. Además, debería ser el propio Vlad quien lo llevara hasta Constantinopla. Una exigencia tan desorbitada solo quería decir una cosa, el sultán se había cansado del doble juego de los valacos, ora fieles súbditos de los otomanos, ora de los húngaros, y, pidiendo un imposible, se aseguraba una excusa para empezar una guerra abierta.
Así, Drácula mandó empalar a los embajadores turcos y reunió su pequeño ejército. Cruzó el Danubio y arrasó hasta los cimientos cuanta pequeña o gran aldea encontró al sur del río (en la actual Bulgaria). Poco después informaba al rey de Hungría, Matías Corvino: hemos terminado con 23.883 infieles, eso es seguro porque mandé cortar y contar las cabezas, pero probablemente sean muchos más pues no hemos contabilizado los que quemamos vivos en sus casas, que fueron mayoría.
Cuando informaron al sultán de la terrible carnicería, su ira y dolor fueron indescriptibles. Solicitó treguas con cuanto enemigo se estaba batiendo en ese momento y concentró el grueso de sus tropas en la capital para enviarlo contra el insolente Drácula. En primavera de 1462 todos los preparativos estaban ultimados. Él mismo se puso al frente de su ejército, que comprendía unos 70.000 hombres, 25 trirremes de combate y 150 naves de transporte. Vlad apenas disponía de la mitad de fuerzas, unos 30.000 soldados y mucho peor dotados de armamento y suministros.
El 4 de junio de 1462, el ejército turco tomó Vidin y pasó el Danubio, pero al otro lado le esperaba una gran llanura, sin lugar alguno donde presentar una sólida defensa, y un sol infernal. Tras un par de semanas de escaramuzas, la noche del 17, Drácula atacó por sorpresa el campamento del sultán con unos 10.000 soldados. Antes de que los otomanos pudieran reaccionar, habían devastado el campamento y huido hacia la seguridad de los espesos bosques del interior. Aunque murieron muchos en el ataque, casi matan al sultán y minaron en gran medida la moral del ejército invasor, que veía como el paseo militar iba a resultar mucho más complicado de lo previsto.
Poco después, mientras se dirigían hacia la capital de Valaquia, Târgoviste, los soldados otomanos contemplaron un paisaje que les terminó de aterrorizar por completo. Cerca de la ciudad descubrieron un bosque de empalados que se extendía por casi 3 kilómetros. Entre hombres, mujeres y niños, al parecer, había unas 20.000 personas asesinadas. Semejante horror era demasiado incluso para los aguerridos soldados del sultán, los jenízaros, acostumbrados a todo tipo de barbaridades militares.
Fuera por el infernal espectáculo, fuera por la miseria que se adivinaba tras los muros de la ciudad, los otomanos pasaron por Târgoviste sin saquearla y siguieron hacia Bràila, el mayor puerto del Danubio. A su paso no dejaban aldea sin quemar. Drácula los seguía de cerca practicando una guerra de guerrillas y evitando cualquier enfrentamiento directo, en el que seguro llevaría las de perder. Siguieron días de pequeñas trifulcas y, finalmente, después de haber sufrido numerosas pérdidas mientras intentaba conquistar la ciudad de Chilia, el sultán dio por terminada la expedición. Era a principios de julio y detrás dejaba un país destrozado... ¡al mando de un nuevo voivoda!
10. Vlad prisionero
Aburrido de la tenacidad de los valacos, que al carecer de grandes asentamientos urbanos podían refugiarse en bosques y pantanos en cuanto veían asomarse una lanza otomana, Mehmed II pensó que lo mejor sería dejar que se matasen entre ellos. Así, dejó en Bràila una poderosa guarnición y nombró voivoda de Valaquia a Ragu el Hermoso, el hermano pequeño de Drácula. Como recuerdas, cuando eran adolescentes, los dos hermanos fueron enviados en calidad de rehenes al palacio de Sultán. Vlad consiguió escapar del cautiverio, pero su hermano había permanecido entre los otomanos desde entonces. Al parecer, era muy guapo, de ahí el apelativo, y entre sus numerosos amantes se contaba el mismísimo Mehmed II.
Ragu no vaciló un instante en tomar la riendas del poder y desde Bràila se esforzó por encontrar aliados entre los grandes señores valacos. No le costó demasiado, pues raro era el que no estaba harto del sanguinario Drácula, que encima les había metido en una guerra contra los turcos. Aún así, el príncipe de las tinieblas seguía contando con un terrible ejército y los dos hermanos se enzarzaron en una guerra civil de incierto resultado.
Entonces, Matías Corvino decidió poner orden en el principado. Escribió una carta a Drácula prometiéndole su apoyo y, para reforzar su amistad, le entregó la mano de una de sus hijas. Drácula se dirigió encantado a Hungría en busca de su prometida y, en cuanto bajó del caballo, le arrestaron.
No está claro porqué Matías se decantó por Ragu, habiendo mostrado Drácula un gran talento para la guerra contra sus archienemigos otomanos. El rey de Hungría se justificó argumentando que no podía permitir que semejante monstruo siguiera en el poder. De hecho, al poco de arrestarle, en 1463, mandó publicar el mencionado panfleto de Beheim para que el mundo supiera quién era en realidad el victorioso voivoda valaco. Pero, si realmente le hubieran preocupado las víctimas de Drácula, le habría ajusticiado o, cuanto menos, encarcelado de por vida. En vez de eso le mantuvo retenido en la ciudad húngara de Pest, donde siguió viviendo a cuerpo de rey. Lo que sí parece más cierto es que Corvino necesitaba acordar una tregua con los turcos para poder concentrar sus energías en otros frentes, la anexión de Bohemia, y los otomanos no iban a negociar paz alguna mientras Drácula permaneciera al mando de Valaquia.
Durante su encierro Drácula disfrutó de cierta calma. Parece ser que se casó con una dama húngara, con la que tuvo tres hijos: Vlad, Mihnea y Mircea. Y, según cuentan las crónicas, su mayor pesar fue el aburrimiento que sentía al no poder empalar más que animales urbanos: gatos, perros y ratas.
11. El fin del monstruo
Doce años después, en 1475, Corvino le liberó y le puso al mando de un ejército húngaro que debía luchar contra los otomanos en Bosnia. Vlad dirigió con gran eficacia la campaña y luego se dirigió a Sibiu, en Transilvania, con la intención de recuperar el principado valaco, que por entonces estaba en manos de un pariente lejano suyo, Basarab III.
Este Basarab III cometió un error fatal. Se alió con los turcos en una guerra contra los moldavos. Matías Corvino no podía permitir que Moldavia cayera en poder de los otomanos y envío a 30.000 soldados en su ayuda. Al mando de este ejército se encontraban dos de sus mejores capitanes, Esteban Bathory y Drácula. El 15 de agosto de 1476, diezmados por la peste, los turcos fueron derrotados en una feroz batalla. Basarab III se refugió en la corte del sultán y Vlad fue nombrado nuevamente voivoda de Valaquia.
Por fortuna para los valacos, Basarab III regresó en diciembre con un poderoso ejército turco para recuperar el trono. Durante la confusión de la batalla, Vlad fue asesinado por sus propios hombres. Luego, le cortaron la cabeza y se la enviaron como presente al sultán. Un trágico final para una de las personas más despiadadas de la historia.
Notas
Todas las citas de la época están sacadas de un libro muy interesante y completo para conocer la historia del sádico príncipe: Dracula, la verdadera historia de Vlad III el Empalador, escrito por el erudito profesor rumano Matei Cazacu. Que yo sepa no está publicada en castellano, pero puedes encontrar la obra en francés y en italiano (esta última publicada en Oscar Mondadori).
Además, puedes leer abundante información en Internet, ya sea en español como en rumano, que se le parece bastante.
- Entrada de Vlad Tepes en la wikipedia (esp)
- Entrada de Vlad Tepes en la wikipedia (rum)
Me envía Leafar unas hermosas fotografías de la iglesia de san Martín de Fromista, en Palencia. Los canecillos son formidables. Otro día los analizo con detalle, que ahora voy volado.




¿Qué pintará ese árbol y esa mujer en medio de estos monstruos?
[Artículo publicado por primera vez en la Taberna Errante, hacia 2004, sobre los soldados japoneses que no se rindieron tras el fin de la segunda guerra mundial]
1. Guerreros indómitos
Después de que Japón firmase la rendición, el 2 de septiembre de 1945, todavía quedaban muchas tropas diseminadas por el Pacífico. A lo largo de 1944, las fuerzas aliadas habían ido avanzando poco a poco por las islas y muchos destacamentos nipones se habían quedado aislados en sus respectivas posiciones. Sin contacto alguno con el resto del ejército, estaban obligados a obedecer la última orden recibida, resistir hasta la muerte en nombre del emperador, lo que combinado con su estricto sentido del deber configuró uno de los episodios más insólitos y trágicos de la guerra.
Se calcula que poco antes de las bombas atómicas sobre Hiroshima y Nagasaki había más de medio millón de soldados japoneses destacados en el sudeste asiático. Otro medio millón, por lo menos, en China y Manchuria. En Indochina debía de haber unos 200.000 soldados, 100.000 en Malaisia, unos 70.000 en Sumatra, 25.000 en Borneo, unos pocos miles perdidos por las densas junglas de Filipinas y otros 50.000 repartidos entre Java, Bali, Sumba y Timor. Aunque la inmensa mayoría se rindió a los aliados entre septiembre y diciembre de 1945, muchos soldados irredentos siguieron combatiendo incapaces de concebir que Japón pudiera haber perdido la contienda.
Los que ofrecieron mayor resistencia fueron las guarniciones destacadas en Bali y en Manchuria. Los 6.000 soldados, aproximadamente, que se encontraban en la isla del Pacífico se entregaron en febrero de 1946, pero la división de Manchuria (entre 15.000 y 20.000 hombres) resistieron en las montañas chinas hasta diciembre de 1949.
En Filipinas, la situación también fue bastante terrible. A finales de abril de 1945, el ejército estadounidense se tomó un respiro y decidió posponer la dura búsqueda de los grupúsculos militares que se habían refugiado en lo más profundo de las junglas del archipiélago. Cuando volvieron a peinar la zona junto con la policía de Filipinas, en julio de 1946, se dieron cuenta de que se habían confiado. Aunque no se sabe el número exacto con certeza, por lo menos quedaban unos 4.000 soldados dispuestos a luchar ferozmente.
El primer enfrentamiento se produjo el 20 de enero, a poco menos de 200 kilómetros al norte de Manila, y apenas 5 días después se produjo otra trifulca que terminó con 72 japoneses muertos y la baja de 50 soldados americanos y filipinos entre muertos y heridos. La cantidad de víctimas contribuyó a que el mando estadounidense decidiera buscar otros medios con los que pacificar las selvas y pusieron en marcha una gran campaña para comunicar a los irredentos que la guerra había concluido.
Sin embargo, aterrados y en unas condiciones físicas deplorables, los militares nipones se debatían en un mar de confusión. ¿Hacían caso a las transmisiones radiofónicas y los panfletos que les invitaban a entregarse o era todo una trampa del enemigo y corrían el riesgo de incurrir en una vergonzosa rendición contra la que les habían advertido desde chicos?
Como es de suponer se dieron todo tipo de casos. En la mayoría predominó la sensatez, pero en otros se produjeron trágicos combates. Por ejemplo, el 22 de febrero un grupo de 30 japoneses que se encontraba en Luzón se enfrentó a un destacamento de soldados americanos y filipinos, con un terrible saldo de 18 muertos, mientras que, a primeros de abril, otros 40 soldados extenuados se entregaron pacíficamente en la isla de Lubang.
En general, a mediados de 1947, un año después de los primeros mensajes, la inmensa mayoría ya habían salido de las tupidas selvas del archipiélago, aunque todavía fueron apareciendo tropas durante los años siguientes. En enero de 1948, un destacamento de 200 soldados rindió sus armas a la policía de Mindanao y en 1949 se descubrió en una gruta de Luzón a otra media docena de soldados enfermos y sin apenas fuerzas para oponer resistencia.
Aunque el ejército estadounidense había conquistado la isla de Saipan ya en julio de 1944, muchos soldados japoneses continuaron practicando una guerra de guerrillas y sabotajes durante largo tiempo. Así, por ejemplo, los 46 soldados que estaban bajo las órdenes del capitán Oba no se rindieron hasta el 1 de diciembre de 1945.
Uno de los casos más desesperados se produjo en la isla de Guam, que llevaba en manos americanas desde agosto de 1944. En marzo de 1946 un pequeño grupo de 12 soldados japoneses emprendió un ataque suicida contra una patrulla estadounidense armados con lanzas y alguna granada. La mitad de ellos no volvió a levantarse.
Entre marzo y abril de 1947, en la pequeña isla de Peleliu, controlada por fuerzas estadounidenses desde noviembre de 1944, una banda de 33 soldados japoneses intentó destruir una base defendida por 150 marines. Pocos sobrevivieron.
En la remota isla de Guadalcanal un grupo de 100 soldados japoneses estuvo combatiendo desde febrero de 1943 hasta otoño de 1947, que se entregó el último irredento. Se encontraba en unas condiciones lamentables. Sus posesiones se reducían a una bayoneta rota, un plato y una botella de agua.
Pero antes de seguir narrando los casos más estrambóticos, la historia de aquellos soldados que siguieron luchando durante lustros, hagamos un breve inciso para intentar entender su rigidez mental y veamos qué es el bushido.
2. El bushido
Durante período Meijí, desde finales del siglo XIX a principios del XX, en el que Japón experimentó una vertiginosa revolución industrial, los sectores más nacionalistas y totalitarios del gobierno encontraron una de sus principales referencias ideológicas en el bushido o camino del guerrero, una antigua doctrina militar del Japón feudal que regía la conducta de los samuráis. El bushido resultaba una ideología muy apropiada para justificar el rígido sistema social, en el que una casta de guerreros debía mantener un estricto cuadro de deberes y obligaciones, pero también fue muy valorado por el belicista gobierno nipón que salió de la revolución industrial. En esencia, se ajustaba perfectamente a los derroteros militaristas por los que se estaba adentrando el país. Según el código bushido, el principal objetivo de un guerrero es obedecer a su señor, por el que debe dar la vida sin la menor vacilación. Además, debía regirse por los principios de lealtad, sacrificio, justicia, valor, modestia y honor.
Imbuidos en esta ideología, donde la muerte constituye un fin casi en sí mismo y la obediencia está por encima de todo, no es de extrañar que el ejército japonés diera tantas muestras de abnegación militar.

A lo largo de su historia, Japón se ha caracterizado entre otras cosas por su exagerado amor por lo militar. El honor o la obediencia ciega al señor se han considerado deberes fundamentales de la gente. Curiosamente, este aterrador sistema de valores viene arropado por tal parafernalia que casi hasta dan ganas de verlo con buenos ojos, tal y como hace el cine en numerosas ocasiones. El problema viene cuando tomas realmente conciencia de que no son episodios de una novela de caballerías sino guerreros que se dedicaban a sembrar la muerte a costa de las cosechas de los campesinos.
3. Los 47 samuráis
Una de las historias más populares que ejemplificaba el espíritu del bushido se encontraba en un hecho con cierto sustrato histórico protagonizado por 47 samuráis. El relato, llevado al cine entre otros por Mizoguchi (Los 47 samuráis, 1944-45) y por Hiroshi Inagaki (Chushingura, 1962), transcurre a principios del siglo XVIII. En 1701, mientras se realizaban los preparativos para recibir a los enviados del emperador, el maestro de ceremonias del shogunato, Kozunosuke Kira, celoso de que le hubieran encargado al señor del feudo de Akô, Asano, la responsabilidad de organizar el evento, le intenta dejar en ridículo insultándole delante del shogún.
Asano, que a pesar de ser samurái se dejaba llevar fácilmente por la ira, desenvaina su katana y le infringe una pequeña herida al envidioso Kira. Aunque la herida no es grave ha incurrido en un grave error de protocolo. En tiempos de paz, empuñar la espada en el palacio estaba completamente prohibido, por lo que es condenado a practicarse el suicidio ritual (seppuku) y a dictar la desaparición de su clan.
Durante un año, los 47 samuráis que quedaron de su clan aguantaron todo tipo de escarnios ya que todo el mundo les consideraba unos cobardes por no haber vengado a su señor. Pero transcurrido ese tiempo que habían considerado prudencial, los 47 guerreros, comandados por el chambelán Oishi, asaltaron el castillo de Kira, terminaron con los sorprendidos guardias y decapitaron al odiado enemigo. Una vez cumplida la venganza que limpiaba su honor, se entregaron felices al emperador, quien, tras recibirles con los brazos abiertos en loor de multitudes, les ordenó que se suicidaran por haber infringido la ley.
4. El camino del guerrero
Para terminar de entender el bushido, veamos un breve fragmento.
«Un samurái debe custodiar dentro de sí, más que cualquier otra imagen, desde el festín del año nuevo hasta que concluye el año, la idea de la muerte. Y solo pensando constantemente en la muerte se pueden conservar las dos virtudes fundamentales: la lealtad hacia el propio señor y la piedad filial. Al mismo tiempo, se protege uno de los vicios y los infortunios, se conserva un cuerpo sano y se puede vivir largo tiempo. El carácter se ennoblece. Estas son las ventajas que nos reporta la idea de morir. En otras palabras. La vida del hombre, como el rojo crepúsculo, es vacía y efímera. ¿Y hay algo con menos esperanza que la vida de un samurái?
Muchos piensan que pueden vivir durante mucho tiempo sirviendo a su señor y su familia, sin embargo descuidan sus obligaciones. Pero, cuando se sabe que la vida puede acabar mañana, que el día presente quizá sea el último en que podrá recibir órdenes de su señor o ver a sus parientes, entonces el corazón se llena de sincera devoción. Solo así se puede cumplir con lo que se espera de nosotros.
Si se olvida esta idea sobre la muerte, nos volveremos imprudentes; se pierde la siempre necesaria modestia; se pelea por opiniones contradictorias y poco fundamentadas. Se terminará yendo a parar sin dignidad a los lugares donde se divierte el pueblo. Nos juntaremos con los miserables, lucharemos con ellos y, en ocasiones, moriremos. Así se mancha el honor del propio señor y se crean preocupaciones a los padres. Y todo esto es el resultado de una primera imprudencia: haber descuidado el conservar dentro de uno mismo la idea de morir. Si se piensa siempre en la muerte, por el contrario, con una fuerte conciencia sobre lo que exige el honor de un samurái, se sopesará cada palabra antes de pronunciarla. Así no nos embarcaremos en disputas insensatas. No iremos a lugares inconvenientes, aunque nos inviten, y no se correrán riesgos innecesarios. Así estaremos libres de todo mal y del infortunio».
Daidoji Yuzan. Budo Shoshin Shu (siglo XVI). (Daidoji Yuzan, descendiente de una ilustre familia de samuráis, fue uno de los primeros autores que recogió por escrito el código bushido).
Bueno, y llegados a este punto, veamos algunos de los casos más disparatados que se dieron entre los soldados japoneses tras la segunda guerra mundial.
5. El grupo de Hiroo Onada
En 1974, 29 años después del fin de la guerra, el teniente de infantería Hiroo Onada decidió por fin entregar las armas. Tenía 54 años, estaba en los huesos, había pasado por todo tipo de penalidades en la jungla de Lupang (Filipinas) y todavía llevaba un fusil con abundante munición y unas 20 granadas. Era el último de un grupo compuesto por cuatro soldados que no podían creer que la guerra hubiera concluido con la rendición de Japón.
Akatsu, uno de ellos, se había entregado en 1949 y a su regreso rehizo su vida. Otro, el cabo Shimada, fue abatido durante una escaramuza con tropas filipinas en 1954. Un tercer soldado, Kozuka, también murió en combate en octubre de 1972. Desde entonces, Onada había continuado en solitario su quijotesca cruzada, que resultaría cómica de no ser por los campesinos filipinos muertos que dejó a su paso.
Entre 1972 y 1973 el gobierno japonés puso todo su empeño para convencerle de que saliera de la jungla. Por doquier abandonaron folletos, libros, periódicos e, incluso, cartas escritas por su hermano y su padre escritas por ellos mismos. Sin embargo, en su delirio, Onada estaba convencido de que todo era un truco de sus enemigos para que se rindiera. De hecho, era tal su ceguera que ni siquiera cuando estuvieron escuchando noticias de actualidad durante una temporada, gracias a una radio que habían robado, pudieron darse cuenta de que la guerra había terminado.

Hiroo Onada
Su disparatado empecinamiento concluyó en 1974, cuando fue encontrado por un turista japonés que consiguió hacerle comprender la realidad. Sin embargo, ni aún entonces, quiso deponer las armas. A él le habían dado una orden, que permaneciera en la isla con sus hombres llevando una guerra de guerrillas hasta que llegaran tropas de socorro, y la cumpliría hasta que su superior, el comandante Taniguchi, le dijera lo contrario. Por fortuna, se pudo encontrar al comandante del fiel soldado, que ahora se dedicaba a trabajar como librero, y le embarcaron rumbo a Filipinas. En un emocionante encuentro, le ordenó que abandonara la lucha y Onoda, por fin, se rindió.
El 12 de marzo de 1974, tras haber pedido perdón al presidente de Filipinas por todos los daños causados, regresó a Japón, donde se casó poco después con Machie, una mujer de 38 años culta y educada. En su tierra natal le colmaron de honores y ayudas económicas, que donó en su totalidad al templo de Yasukuni para la paz de los caídos en las guerras, pero no era capaz de adaptarse y al año decidió emigrar a Brasil.
Con los ahorros de su mujer, compraron un rancho de 1.200 hectáreas y poco a poco fue rehaciendo su vida. Tras duras penalidades, consiguieron salir adelante y en 1989 fundó una escuela para enseñar a los niños como sobrevivir en un bosque.
En 1996 volvió a Filipinas totalmente arrepentido de los daños causados a los aldeanos del lugar.
6. Shoichi Yokoi
Shoichi Yokoi fue el último defensor de Guam. El pobre soldado resistió en la jungla hasta 1972, que fue hecho prisionero por dos cazadores mientras estaba pescando. Ni siquiera cuando ya era inminente su captura abandonó su fijación por luchar. Por un momento fingió que tenía miedo y se arrodilló pidiendo clemencia, pero en cuanto se acercaron los cazadores saltó sobre ellos en un último gesto desesperado. Por fortuna, debilitado como estaba, pudieron reducirle sin que se produjera ninguna desgracia. Todavía conservaba su viejo fusil, algunas municiones y una granada oxidada. Como de civil había sido sastre, llevaba un uniforme rehecho en perfectas condiciones con materiales de la jungla.
Ya en Japón, Yokoy no consiguió superar el trauma bélico y la vida urbana. Se casó e intentó sin éxito emprender una carrera política. Murió el 23 de septiembre de 1997.

Shoichi Yokoi
7. Los últimos de Filipinas
En abril de 1980, salió de los bosques del monte Halcón, en la isla de Mindonoro, en Filipinas, el penúltimo irredento japonés: el capitán Fumio Nakahira. Pero todavía quedaba una sorpresa aún mayor.
En enero de 1997, más de medio siglo después de que hubiera concluido la guerra, se encontró al último soldado japonés en Filipinas: el soldado Noubo Sangrayban, al que habían desembarcado en la isla de Mindoro en 1943 con la orden de que no se rindiera bajo ninguna circustancia. Tras haber resistido los embates de los marines estadounidenses durante el invierno de 1944, sus compañeros fueron cayendo uno tras otro hasta que Sangrayban se quedó solo y decidió refugiarse en el corazón de la jungla, donde siguió tendiendo emboscadas con los pocos recursos que le quedaban. Cuando se le acabaron las municiones se unió a una tribu de la zona, los mangyan, que lo recibieron de buen grado cuando vieron como adoptaba sus vestimentas y costumbres. Así, Sangrayban cambió su fusil por un arco y unas flechas y continuó su cruzada particular contra cuanta patrulla filipina se ponía a su alcance.
Su historia, sin embargo, no es tan triste como la del teniente Onada. A mediados de los años 50, en un acto de lucidez, decidió deponer las armas y casarse con una mujer mangyan con la que tuvo 4 hijos. Desde entonces llevó una vida plácida y tranquila, sin noticias de su antiguo país, hasta que en enero de 1997 llegó una expedición al poblado y le pusieron al corriente de las novedades acontecidas en las últimas décadas. Sangrayban les escuchó atentamente, luego les contó su experiencia y, por último, les explicó amablemente que, a sus 85 años, no tenía ni la más mínima intención de abandonar el poblado para regresar a Japón.
8. Los kamikazes
Aunque la tenacidad de los soldados japoneses desperdigados por el Pacífico resulta desconcertante, todavía más difícil de comprender son los kamikazes, pilotos suicidas que estrellaban sus aviones contra los barcos estadounidenses durante la segunda guerra mundial.
El término kamikaze proviene del japonés, kami significa Dios y Kaze, viento, lo que se suele traducir como Viento divino , y hace referencia a un tifón que diezmó a una flota mongola que pretendía invadir Japón en 1281. Desde entonces, el término se empleaba para designar una intervención divina cuando todo parece perdido.
Y es que en el año 1944, cuando comienzan oficialmente las misiones kamikazes, Japón ve cada vez más cerca su derrota en el Pacífico. Poco a poco, isla a isla, los aliados avanzan inexorablemente hacia la capital y la creciente escasez de medios les hizo pensar en estrategias desesperadas.
Los primeros ataques kamikazes empezaron en octubre de 1944 en Filipinas. A partir de una propuesta del vicealmirante Kakijiro Ohnishi, se creó una unidad especial que debía nutrirse de voluntarios. De hecho, aunque algunos pilotos emprendieron estas misiones suicidas un tanto condicionados, al parecer la gran mayoría decidió participar en los kamikazes por propia decisión. Aún dentro de una guerra, donde se suceden los mayores horrores, el entusiasmo con el que miles de jóvenes se embarcaron hacia una muerte segura resulta escalofriante.
En teoría, estos vuelos suicidas perseguían dos objetivos. Por un lado, provocar todo el daño posible en los grandes navíos de guerra: un avión cargado de combustible y bombas estrellado a toda velocidad contra el puente de mando o el polvorín podía llegar a hundir, incluso, a un portaaviones. Y, por otro, desmoralizar al enemigo que debería sentirse acobardado tras asistir a semejante prueba de valentía.
En realidad, su efectividad no está del todo clara. Cuando el piloto era un adolescente y conducía un aparato obsoleto, como solía suceder ya al final de la guerra, pocas veces daba en el blanco, y, en caso de que fuera ya un piloto experimentado, quizá podría haber conseguido el mismo objetivo limitándose a arrojar bombas desde una distancia cercana. Japón malgastó el potencial bélico que suponían sus cientos de grandes pilotos veteranos empleándolos en una única misión sin retorno. Es cierto que hundieron algunos grandes barcos, sin embargo, resultaba evidente que no iban a poder ganar la guerra. De haberse rendido en 1944 en vez de intentar morir en nombre del honor, probablemente se habrían salvado un sinfín de vidas humanas.

Cientos de jóvenes fueron enviados a la muerte para mayor gloria de Japón y su terrible emperador. En ocasiones iban drogados, pero otras muchas fueron capaces de matarse movidos tan solo por el adoctrinamiento al que habían sido sometidos
9. Armas humanas
Y terminamos este especial con otro ejemplo de locura militar. Además de los kamikazes, el ejército japonés también empleó otro tipo de arma humana: los kaiten (“Giro de la fortuna”), mini submarinos suicidas que estaban dirigidos por un solo tripulante, el cual lo conducía contra los grandes barcos que estaban estacionados. Al provocar la explosión por debajo de la línea de flotación, golpeaba justo en la parte más frágil de los buques de guerra.
En abril de 1945 probaron otra variedad de ataque suicida: las ohka (“flores de cerezo”). Consistían en un proyectil-cohete constituido por un tipo especial de avión monoplaza de madera, de muy bajo coste, que llevaba casi 1.200 kilos de explosivo a bordo. Un gran bombardero se encargaba de acercarlos hasta que se situaban a menos de 20 kilómetros de distancia del objetivo y a unos 6.000 metros de altura. Luego se lanzaba y un piloto lo dirigía en picado contra el barco enemigo. Impulsado por tres cohetes en la cola, las ohka podían alcanzar hasta los 1.000 kilómetros por hora en el momento del impacto. Por fortuna, en la práctica, estas bombas humanas se demostraron muy poco prácticas ya que eran derribadas, junto con los aviones nodriza, mucho antes de alcanzar sus objetivos.

Hiro Hito
Si no me equivoco, esta noche del lunes 5 de abril emiten un programa de la tele donde participé en un debate. El programa se llama Las noches blancas, está dirigido por Fernando Sánchez Drago, está dedicado a El Escorial y es de Telemadrid. No sé bien cómo quedó, pero me temo que no salí bien parado. Estaba muy nervioso y creo que mis intervenciones fueron dignas de un lotófago recién desayunado.
Lo más divertido es que, por los nervios, nada más empezar el programa trituré un bolígrafo marca BIC que nos habían dado para tomar notas y me embadurné las manos con tinta azul. Es lo mejor para tranquilizarse. Lo gracioso es que al final del programa te piden que recomiendes un libro y no sabía yo bien cómo mostrar el libro sin que pareciera un pitufo.
El libro que recomendé, claro está, es Recuerdos de la Era Analógica, de Daniel Tubau(1). Si quieres verlo, pero no quieres trasnochar, no te preocupes, que luego lo subiré al yutube.

Notas
1. El libro de Recuerdos de la Era Analógica es un libro de culto en el que se abordan distintos temas de filosofía en varios cuentos de ciencia ficción. Resuta complicado de encontrar, por lo que si te interesa lo mejor es que te dirijas directamente a la editorial Evohe.

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